Lo sport e la cittadinanza; il caso Italia

di Mauro Valeri


In un imbarazzante silenzio, in Italia si sta decidendo la sorte di decine di migliaia di ragazzi, figli di immigrati, che vorrebbero giocare a calcio. Non stiamo parlando tanto di quello professionistico, ma soprattutto di quello per cui è richiesto comunque il tesseramento alla Federcalcio italiana. Il tutto parte da una circolare della FIFA, la Federazione internazione di calcio, che il 20 maggio 2009 ha emanato una circolare, la n.1190, in cui si modifica il Regolamento FIFA in materia di Status di trasferimento dei calciatori, all’art.19.4, quello dedicato alla tutela dei minori. L’approccio di fondo della FIFA…

…(e quindi delle federazioni nazionali, compresa la nostra FIGC), è di evitare che i minori avviino una carriera calcistica in età troppo precoce, tale da compromette il vero diritto dei minori a vivere in famiglia, a giocare e a studiare. Dietro questo richiamo alla tutela dei minori c’è la consapevolezza che vige ormai una vera “caccia” ai talenti giovanissimi (si parla di ragazzini di appena 10 anni), sui quali grandi società calcistiche sono disposte ad investire, da parte di presunti procuratori che pensano essenzialmente al guadagno più che al “supremo interesse del minore”, in pieno contrasto, quindi, con quanto previsto dalla Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con la Legge 27 maggio 1991, n.176. La scelta dell’età precoce ha esclusivamente moti commerciali: un calciatore che non abbia mai sottoscritto contratti con altre squadre è una “merce” più facilmente vendibile, perché ha meno vincoli. Questo vale sia nel caso che il trasferimento avvenga da una regione ad un’altra in Italia, sia da un paese estero in Italia (ma non se sono cittadini italiani residenti all’estero, ovvero gli oriundi, o i cosiddetti “comunitari”). Per evitare questo vero e proprio traffico, la FIFA pone alcuni paletti al trasferimento internazionale di un minore calciatore. Intanto, il suo trasferimento non deve avvenire per motivi calcistici. Quindi, fatto salvo casi particolari (come per i minori rifugiati o quelli “non accompagnati”), per essere tesserato il minore deve trasferirsi insieme ad un genitore o comunque vivere nel paese d’arrivo con almeno un genitore. Inoltre, deve andare a scuola. Indubbiamente, i raggiri di queste norme sono i più disparati. Molti “procuratori”, una volta scoperto il presunto talento, ne chiedono la tutela ai genitori naturali, facendoli trasferire in Italia proprio grazie all’autorizzazione dei genitori. Ovviamente, nelle carte c’è scritto che i motivi del trasferimento non sono calcistici bensì legati allo studio o alle cure. Poi, una volta in Italia, il ragazzo viene proposto per diversi provini. Se va bene viene ingaggiato (in genere dopo essere rientrato momentaneamente nel paese d’origine per completare la documentazione necessaria). Se va male viene spesso abbandonato in Italia e lasciato alla mercé di qualche sfruttatore. Ultimamente il raggiro sembra articolarsi in differenti fasi: la prima è quella di garantire comunque l’arrivo in Italia, paese dove vige una normativa di tutela dei minori stranieri non accompagnati che tende a favorire l’integrazione più che il rimpatrio. Una volta rimasto in Italia, e dopo un paio di mesi in cui il minore avvia anche un processo di integrazione (specie linguistica), arriva il tanto sospirato – e affatto casuale – ingaggio con una società calcistica che spesso si prende carico anche delle pratiche del minore per quanto riguarda il soggiorno in Italia. Ovviamente, il minore e la sua famiglia (che spesso ha investito gran parte dei suoi averi in questa sorta di viaggi della speranza) sono vittime di questo meccanismo, e un rimpatrio del minore rappresenterebbe un’altra sconfitta che li renderebbe ulteriormente vittime (situazione che spinge molti a non denunciare il problema). Esiste anche un raggiro più soft: il trasferimento in Italia del minore insieme ad almeno un genitore, che spesso diviene – anche qui non certo per caso – un dipendente dell’azienda di cui è proprietario il presidente di quella stessa società calcistica che ingaggerà quello che è diventato “il figlio del dipendente”. Sono centinaia i casi di questo genere, quasi tutti però silenziati da una sorta di comune accordo che interessa gran parte delle grandi società, e che il Settore Giovanile e Scolastico della FIGC cerca, con i limitati mezzi che ha disposizione, di contrastare.

La circolare del 20 maggio 2009 prova, a prima vista, a irrigidire il sistema dei trasferimenti internazionali, sottoponendo il tesseramento ad una apposita Commissione internazionale. Nulla di strano, anzi per molti versi ammirevole. Se non fosse che, la stessa circolare mette sul medesimo piano il trasferimento internazionale con il “primo tesseramento” dei minori stranieri. Questo vuol dire che un ragazzino, dai 6 anni in su, nato e cresciuto in Italia, che voglia giocare a calcio in una squadra federata con la FIGC, non ha più alcuna certezza di poterlo fare perché sospettato di essere un minore “trafficato”. E’ una situazione paradossale e discriminatoria che riguarda soprattutto l’Italia, per via dell’attuale legge sulla cittadinanza basata sul “diritto di sangue”. In pratica, vuol dire che tutti i primi tesseramenti dei figli di immigrati potranno avvenire solo dopo che la Commissione internazionale per lo Status dei calciatori avrà dato il suo benestare! In pratica, zero nuovi tesseramenti! Questa norma è entrata in vigore il 1 ottobre 2009, e, da quanto risulta, da allora c’è stato un blocco dei tesseramenti dei minori stranieri, in attesa di chiarimenti. La domanda è semplice. Se si vuol colpire il traffico dei minori calciatori, è assurdo prevedere provvedimenti che colpiscono indiscriminatamente migliaia di altri minori che con quel traffico non hanno nulla a che vedere! Possibile che in tutti questi anni non sia stato messo a punto un sistema di rilevazione delle situazioni a rischio? Qualche emerito presidente delle istituzioni calcistiche italiane ha spiegato alla FIFA che così facendo si crea in Italia un sistema di discriminazione che renderà il nostro paese sempre più segregato, e che, se dovesse essere confermato, sarà facile accusare quelle stesse istituzioni di favorire un comportamento discriminatorio? Visto che stiamo parlando di decine di migliaia di minori, in prospettiva anche del trend demografico, ci sembra comunque un atteggiamento grave, non giustificabile con la distrazione e l’ignoranza. Tanto che, se dovesse perdurare, non ci resterebbe altro da fare che proporre un boicottaggio dei Mondiali 2010 che si svolgeranno, paradossalmente, proprio in Sudafrica, dove per decenni l’appartenenza a determinati gruppi “razziali” ha impedito ai ragazzini di fare sport.

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