Hanno il passaporto italiano ma per il rugby diventeranno “stranieri”. La rivolta degli oriundi argentini

di Elvis Lucchese

Hanno il passaporto italiano, lavorano, vivono e votano in Italia, eppure dalla prossima stagione per la Federazione Rugby diventeranno degli “stranieri”. E’ il caso di oltre trecento giocatori, fra professionisti e dilettanti delle serie minori, che oggi si ritrovano praticamente esclusi dai campionati 2010-2011, vittime di norme volte a salvaguardare i settori giovanili. Si tratta perlopiù di ragazzi argentini nel nostro paese da almeno dieci anni, che nelle scorse stagioni sono stati impiegati nei club in qualità di oriundi con doppio passaporto oppure avendo ottenuto la cittadinanza per residenza o matrimonio. Qualcuno è giunto anche a vestire la maglia azzurra, tutti di certo hanno contribuito ad accrescere il livello delle squadre che li hanno ingaggiati, portando con sè le qualità tecniche delle scuole rugbistiche dei loro paesi, Argentina ma anche Sud Africa e Nuova Zelanda. Il professionismo ovale, nella sua formula all’italiana, ha proposto solo ad una manciata di loro contratti e garanzie superiori a quelli di un lavoratore medio, mentre anche nel massimo campionato, il Super Ten, ritardi e tagli negli stipendi sono spesso all’ordine del giorno. Di fronte alla drammatica crisi argentina, tuttavia, il rugby italiano ha permesso a ragazzi con qualche qualità sul campo di crearsi nuove opportunità nel paese dei loro nonni, coniugando studio o lavoro con gli impegni sportivi.

Succede però che la Federazione Italiana Rugby, alle prese con una ristrutturazione complessiva del movimento, decide lo scorso 10 aprile un giro di vite sull’utilizzo degli oriundi immediatamente dalla prossima stagione, per garantire spazio agli atleti che escono dai settori giovanili, i cosiddetti “italiani di formazione”. Pertanto nel rugby un passaporto italiano non basta più per essere italiani, se si è cresciuti altrove. Per i giocatori italo-argentini, divenuti improvvisamente “stranieri”, trovare un ingaggio diventerà dunque ben più difficile. Che si desideri tutelare i vivai pare del tutto legittimo da parte di una federazione sportiva, colpisce piuttosto quanto anche al caso degli oriundi sia sottesa quella mentalità diffusa che, mettendo da parte diritti e dignità della persona, definisce il lavoratore “straniero” o “italiano” solo sulla base di un interesse di parte. E per la Fir l’interesse sovrano sono i risultati della Nazionale. Oltre a quello di essere cresciuti in un settore giovanile del nostro paese c’è infatti un altro modo per divenire “italiano di formazione”: disputare cioè dieci partite con la maglia azzurra, anche senza avere mai messo piede in Italia fino a pochi mesi fa, come nel caso dell’australiano Craig Gower, nonni di Gubbio, che gioca in Francia nel Bayonne.

Alla notizia della decisione gli italo-argentini, però, si organizzano e protestano. Raccolgono più di 400 firme e ricevono solidarietà da compagni di squadra ed amici, allenatori, tifosi. Inviano un appello alla Fir ma anche ai Ministeri delle Pari Opportunità e del Lavoro. Coinvolgono l’Unar, l’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali. Una pubblicità che alla Federazione Rugby (e ai suoi sponsor) non fa certo piacere. Dice Maximiliano Freschi, apertura della Roma, in un’intervista al Corriere dello Sport: “Ho indossato per sei anni la maglia della Nazionale azzurra seven, voto in Italia, qui ho messo radici ed è nata mia figlia, ma ora scopro di essere un cittadino di serie B”. La replica del presidente della Fir Giancarlo Dondi è che “il rugby in Italia è sport dilettantistico, dunque non si parla di lavoratori”. La Federazione sottolinea anche che gli atleti di formazione straniera potranno continuare ad essere tesserati, ferma restando la quota riservata agli italiani (nella quale, però, non rientrano più gli oriundi). “Siamo dei dilettanti soltanto quando conviene: ci sono atleti che arrivano in Nazionale senza neppure passare per il nostro campionato”, sottolinea invece Nicolas Galatro, 35 anni, nativo di Buenos Aires, terza linea del Petrarca Padova di cui è stato anche capitano, uno dei leader della “rivolta” assieme a Santiago Monteagudo dell’Amatori Milano, già a Rieti, Roma, L’Aquila e Piacenza.

E’ evidente che la norma salva-vivai solleva questioni importanti sul tema dei diritti al lavoro e alla cittadinanza. Il pasticcio sugli oriundi alla fine potrebbe anche giungere al Tar, e difficilmente la Federugby la spunterebbe. Ecco che si affaccia dunque la più italiana delle soluzioni, una sanatoria che la Fir sembrerebbe disposta a concedere per gli italo-argentini in Italia da più di 5 anni o per chi ha vestito la maglia azzurra delle varie Nazionali. L’Associazioni Italiana Rugbisti ha intanto presentato alla Federazione 96 istanze da parte di oriundi che richiedono di rientrare nella sanatoria (definita “norma transitoria”). Per gli altri italo-argentini resta la possibilità di ricorrere alla giustizia ordinaria.

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  1. […] by Sport alla rovescia Articolo apparso su “Il Teodorico“, n. 07 del 22/02/2011 Related Posts:Nuovi strumenti […]


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