La Camisa

In questi giorni c’è grande eccitazione tra i tantissimi che finalmente, dopo quasi quarant’anni, hanno la possibilità di potere tornare a soffrire per una Coppa dei Campioni.

Quella che oggi si chiama Champions League, è cambiata, in tanti anni, ma mai ne è diminuito fascino e importanza.

Anche chi scrive è preso da questa strana febbre, e questi giorni mi hanno portato a fare parecchie riflessioni su come, e soprattutto quando, succede che ci si appassiona così tanto a questo sport. Soprattutto ora che, dopo una non facile ricerca, sono riuscito ad accaparrarmi un prezioso biglietto per la finale allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid.

E’ stato il pensiero che ha fatto da contraltare all’eccitazione che antecede questo appuntamento. E quindi ho cercato di fare ordine nella mia memoria, per capire quando, esattamente, mi è scoppiata la febbre da tifo. E ho cercato di ricostruire. E ho dovuto tornare a quando ero un bambino.

All’inizio il calcio è solo un gioco, che i più praticano senza dare troppa importanza a ciò che accade ai grandi livelli.

Si, perchè quando si è piccini, si ha molta più voglia di scendere in strada che stare davanti alla Tv. E quando lo si fa è quasi sempre perchè è un modo per stare con i grandi, per lo più un momento dove ci si può concedere cose che solitamente a un bambino non sono concesse. E si approfitta volentieri.

Andare a letto una mezz’ora più tardi, avere tante persone attorno, il potere urlare correndo per casa, cosa solitamente non concessa.

Già, perchè quando si parla di tifo, sono più adulti i bambini dei grandi.

Che inesorabilmente tornano a quello stato di fanciullezza che la vita raramente concede. Anche se non vale per tutti, intendiamoci.

C’è un evento, un momento, in cui qualcosa accade, e ci si sente coinvolti in prima persona per le vicende di undici persone di cui sappiamo poco o niente. Questo ci porta a legarci alla maglia che indossano costoro, e quasi sempre per l’eternità. E si comincia così a sentire, soffrire, esultare per qualcosa che esattamente non si capisce cos’è.

Non essendo uno psicologo, userò la mia esperienza per cercare di spiegare soprattutto a coloro che da questa cosa sono assai lontani. Quei non tutti, appunto. Più che autoanalisi, quindi, ho avuto bisogno di ricorrere alla memoria.

Luglio 1982, Campionati del Mondo di Calcio. Si gioca in Spagna. La sera si seguono le partite, tutti insieme. Un sacco di partite, dove a entusiasmarmi sono le giocate di questo o quel giocatore, più che i team. Io, a dire la verità, una simpatia ce l’ho. E’ per il Brasile, del quale indosso tutti i giorni la maglietta. Un regalo di una cugina di San Paolo, forse il regalo che più mi ha emozionato ricevere.

Un tormento per mia madre, che dalla primavera in poi la lavava tutti i giorni, perchè non volevo indossare altro. La cosa è durata un paio di anni.

I mondiali, dicevamo. Tutti seguivamo le partite. Io, essendo il più piccolo, avevo le idee meno chiare rispetto a mio padre o alle mie sorelle, su per chi dovessi parteggiare. Perfino di mia madre. Ognuno aveva le sue simpatie. E quando si fa parte di una famiglia numerosa, la cosa diventa divertente.

Dicevo, io al limite avevo simpatia per il Brasile, ma non so ancora cos’è il tifo. So qualcosa del tifo contro, perchè pure seguendo sommariamente fino a quel punto le vicende della Serie A, ho già una simpatia netta per l’Inter, ma soprattutto, avevo già chiaro per chi non dovevo tifare. La cosa più chiara. Non che mi togliesse il sonno, ma era un’altro modo per cercare di indispettire le mie sorelle più grandi. Fu una grande intuizione, però, di cui ancora oggi mi compiaccio…

Arriva il giorno di Italia – Brasile. C’è un’eccitazione fuori dal comune, che si coglie ovunque. L’unico pomeriggio d’estate in cui il campetto davanti casa rimane deserto. E vivendo in un quartiere popolare, la cosa appare davvero insolita. Tutti sono a casa. Davanti alla Tv. Non so esattamente cosa succede, ma quella partita regala un’euforia generale mai vista. Preoccupazione, ansia. Ma anche la gioia di giocare contro i più forti del mondo. La squadra dei sogni. Zico, Falcao, Eder, Junior…

Ero abituato a tutt’altro clima, in realtà. Si, perchè si era bambini, si giocava e ci si divertiva. Ma quando si guardava al mondo che stava fuori dal campetto, lo scenario solitamente non era così idilliaco. E non è che non capitasse, anzi. I notiziari li sentivamo, i giornali in casa non mancavano, e le discussioni che facevano i grandi non è che non le sentissimo.

C’era stata la strage di Bologna, Ustica, tanto per stare in Italia, e i colpi di stato in America Latina, la crisi degli ostaggi americani in Iran, e noi le si percepiva queste cose. Anche perchè non era inusuale vedere manifestazioni, sentire passare macchine che dai megafoni invitavano a questa o quella iniziativa politica.

In quei giorni invece tutto appariva sospeso. Ai nostri occhi, almeno. E la passione pervase tutti.

Pazzesco come tutti, ma proprio tutti, fossero così coinvolti, ma anche sorpresi, dell’impresa della squadra azzurra.

E l’entusiasmo non potè che travolgerci. Rifare Italia – Brasile era diventato un appuntamento fisso, al campetto. Ognuno si sceglieva un giocatore, e via.

Credo che anche oggi, funzioni così, tra i più piccoli. E ci si batte. Come se fosse la partita “vera”, come se ci fosse di mezzo un Mondiale.

A quel punto il gioco è fatto. Anzi, è finita. Come spiegare cosa succede. Un campionario di irrazionalità. Inspiegabile, a tratti quasi ridicolo (spesso senza il quasi), quanto riesce a coinvolgere questa passione.

Madrid, quel luglio 1982 segna la prima grande impresa sportiva seguita con una certa consapevolezza. Con la solita preoccupazione, ma anche con un certo ottimismo che si manifesta a sprazzi. Arriva la vittoria. Grandissima festa. Gente in strada, caroselli di macchine. Scene di delirio collettivo che non avevo mai visto prima. Pazzesco.

Questa cosa di condividere insieme ad altri una felicità inspiegabile, è probabilmente la chiave di quanto accade.

E a quel punto anche il supporto alla propria squadra di club cresce straordinariamente.

Ecco, per me è stato il Mondiale ’82 lo spartiacque che mi ha portato a farmi coinvolgere così tanto, in tutti questi anni.

Il tifo è una cosa strana, ha i suoi lati negativi, certo, ma se lo si vuole in maniera romantica, è un ascensore che ci può portare altissimi, o nei sotterranei.

Quindi perchè cercare di capire, meglio lasciarsi trasportare, e vedere come va.

A Madrid, quindi. Ora. E devo confessare che non sarà poco faticoso. Perchè porto con me tutta l’esperienza che ho maturato in questi anni in cui, prima attraverso la trasmissione radiofonica “Sport alla Rovescia” e adesso anche dalle pagine del blog, ho potuto conoscere, vedere e osservare da vicino il mondo dello sport. Cercando di ragionare e guardare un po’ più in la. E poi raccontarlo. Lo farò anche questa volta.

Il problema sarà gestire il bambino con la maglietta del Brasile.

Viene anche lui.

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1 commento

  1. sono travirgolette psicologo ma non serve la psicologia come dici tu per raggiungere le radici dell’attaccamento romantico chiamato tifo…basta chiudere gli occhi ed ascoltare e se in questo momento lo faccio la prima cosa che sento è l’aria e il vento di un giorno di primavera, l’odore dell’erba e dei fiori perchè tutto è verde intorno e quando si è piccoli quel tutto è ancora più grande…una scampagnata con la classe delle elementari…dalla scuola a piedi siamo saliti verso un monte e più o meno da qualche parte ci siamo fermati…ricordo che c’era una quercia enorme e ci siamo dati la mano per vedere quanti di noi servissero per abbracciarla…poi abbiamo aperto gli zaini dove riposavamo succhi di frutti e merendine girella ma qualcuno oltre quello cose aveva un pallone che aspettava di prendere aria…ricordo che ci fu un grido di qualcuno non ricordo che cosa dicesse quel grido ma era come se una persona arrivasse all’agongnata meta di un lunghissimo viaggio…non ricordo le parole in quel grido ma riconobbi insieme a tutti il suo significato…c’era un pallone e c’eravamo noi e c’era un prato verde immenso…ecco quell’emozione, quel “basta niente”…ci siamo guardati e abbiamo fatto le squadre e dentro eravamo immensamente felici perchè c’era tutto quello di cui avevamo bisogno…quel giorno quello che ci stava dentro quello che ho vissuto è quello che ho sentito ieri sera prima del fischio di inizio della partita…


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