Solo un gioco

Salvatore Cavaleri

“E’ solo un gioco”. Così spiega il calcio chi non lo ama. E solo chi non ha mai giocato una partita può definire il calcio “solo un gioco”.

Intendiamoci, della frase “il calcio è solo un gioco” la nota veramente stonata è quel “solo”, messo lì apposta per sminuire e semplificare tutto quanto. Ma se il calcio fosse solo un gioco, ci sarebbero troppe cose che non si riuscirebbero a spiegare.

Andatelo a spiegare ad esempio ad Andrés Escobar Saldarriaga difensore della nazionale colombiana che durante i campionati del mondo del 1994 venne ucciso con dodici colpi di mitraglietta, una settimana dopo aver causato l’autorete che portò all’eliminazione della propria squadra nella partita Usa-Colombia del 26 giugno, conclusasi 2-1 per i padroni di casa americani. Ditegli che era solo un gioco.

Semmai verrebbe da dire che oggi il calcio è diventato tutt’altro che un gioco. Zdenek Zeman una decina di anni fa avvertiva fuori tempo massimo che “se calcio diventa business, muore calcio”. Altro che “se diventa business”, il cacio oggi in Italia fattura centinaia di milioni di euro ed è la seconda industria per quanto riguarda la capacità di decuplicare i guadagni nel giro di brevissimo tempo. Per la cronaca, il primo settore è il narcotraffico.

E impossibile del resto negare che il calcio abbia una funzione di “distrazione sociale”: va bene a tutti che la gente si vada a sfogare per due ore la domenica allo stadio o che leghi i suoi stati d’animo ai destini di una squadra piuttosto che andare a sfogare quella rabbia in direzione delle vere cause del proprio disagio. Sarà sociologismo da quattro lire, ma è innegabile che questa componente ci sia.

Come è impossibile negare che il calcio sia stato un ottimo lasciapassare per le peggiori operazioni di deportazione urbana, basti pensare a come è cambiata la composizione sociale delle grandi metropoli che hanno ospitato i mondiali o, in scala ridotta, a come le vittorie del Palermo rappresentino una chiave universale che permette a Zamparini di aprire qualsiasi porta.

Che c’è da stupirsi allora se a quattro anni da calciopoli tutti i protagonisti sono stati reintegrati e il sistema è stato restaurato? Tutta la storia si è ridotta ad uno scontro tra tifoserie: a nessuno importa davvero se le partite erano più o meno condizionate dagli assetti di potere, conta solo sapere a chi andranno retrospettivamente assegnati i titoli. Si è arrivati a considerare la compravendita degli arbitri come una continuazione della partita con altri mezzi.

Eppure, nonostante tutto il business che ci gira attorno, nonostante i campionati falsati, nonostante il calcio scommesse, nonostante gli scandali del doping, è impossibile sfuggire all’illusione.

Perché, comunque, quel residuo di imprevedibilità, quell’attimo di shock parossistico, il calcio lo assicura sempre.

E la realtà supera in fantasmagoria qualsiasi illusione. Pensiamo ad esempio al film “Al bar dello sport” irresistibile commediaccia dell’83 in cui un Lino Banfi povero in canna vince al totocalcio grazie a Jerry Calà, “Parola”, che gli suggerisce il risultato impossibile da indovinare: il 2 da mettere in Juventus-Catania, che nel film finisce 1-2.

Film, finzione, opera di fantasia per l’appunto, perché non era mai successo che il Catania vincesse a Torino contro la Juventus.

Non era mai successo. Fino al 20 dicembre scorso quando ventisei anni dopo il film di Massaro, per la prima volta nella storia il Catania – ultimo in classifica e fino ad allora a secco di vittorie fuori casa – riesce a vincere a Torino contro la Juventus, incredibilmente proprio per 2-1, lo stesso risultato del film. Chissà se il campionato appena concluso resterà negli annali per questo risultato? Di sicuro sono partite impossibili come questa quelle che non ti fanno passare la voglia.

Perché il calcio è sempre capace di sovvertire ogni logica, creare illusioni e fare sognare.

Ed in questo ha qualcosa di fortemente democratico: tutti, dal più grande campione prima della finale dei mondiali all’ultimo ragazzino prima di iniziare a giocare sotto casa con il supersantos, hanno il diritto di sognare di stare per giocare la propria partita migliore.

C’è un mio amico che sostiene di conoscere realmente com’è fatta una persona solo dopo averci giocato a calcio, proprio perché il calcio è metafora del mondo e specchio della realtà. Tutto è basato sull’equilibrio tra singolarità e moltitudine, tra libertà individuale ed agire collettivo.

Nel calcio epica, etica ed estetica sanno fondersi grazie a gesti che se non fossero leggendari avrebbero un che di primitivo. Non è un caso allora se tantissimi scrittori si sono cimentati sull’argomento: il romantico Osvaldo Soriano e il fanatico Nick Hornby sono forse i più famosi, ma anche dalle nostre parti sono stati prodotti dei veri e propri gioielli: Italia-Brasile 3-2 di Davide Enia, di recente riportato sulle scene e ripubblicato da Sellerio, e Il mio nome è Nedo Ludi di Pippo Russo che racconta il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci, attraverso le vicende di uno stopper che si trova ad affrontare il passaggio dal vecchio mondo del gioco ad uomo al nuovo mondo del gioco a zona.

E allora perché dovremmo abiurare di fronte ad un calcio dominato sempre più da sponsor e diritti tv?

Perché dovremmo essere noi a rinunciare ad un linguaggio tendenzialmente universale, un linguaggio che nella nostra città comprendono tutti: dallo Zen a Brancaccio, da Borgo Nuovo alla Vucciria, un linguaggio conosciuto anche in Ghana, Turchia e India?

Questa probabilmente è una delle domande da cui è partita qualche anno fa l’idea del Mediterraneo Antirazzista, l’idea cioè di un torneo di calcio (dal secondo anno anche basket e da quest’anno anche pallavolo e cricket) che coinvolgesse tutta la città e che fosse anche un pretesto per parlare d’altro.

Un’occasione per abbattere tutte le barriere che vorrebbero Palermo divisa in mille mondi separati e non comunicanti, per mettere insieme i ragazzi di tutte le periferie accanto a tutte le comunità di migranti e a chi pensa che creare percorsi diversi di attraversamento della città non solo sia possibile, ma anche facile e bello.

I numeri e i nomi danno un’idea appena vaga di cosa è successo nelle prime due edizioni del mediterraneo antirazzista:

4 giorni, 2 sport, 8 campi, 4 categorie, 20 gironi, 150 squadre, più di 500 partite, più di 1500 gol, più di 1200 giocatori, 13 responsabili di campo, 8 dj, 7 speaker.

Squadre del Ghana, Sperone, Perù, Vucciria, Costa D’Avorio, Zen 1 e 2, Brasile, Sudan, Spagna, Zisa, Sri Lanka, Ballarò, Marocco, Librino, i Rom, Falsomiele, Mauritius, Borgo Vecchio, Tunisia, Albania, Calsa, Capo…

Ma per farsi un’idea più concreta basta venire dal 10 al 13 giugno alla terza edizione: anche quest’anno al Veleodromo Paolo Borsellino di Palermo (una delle rare occasioni in cui una struttura sportiva pubblica diventa realmente accessibile alla città); anche quest’anno durante le partite verrà trasmessa musica e fatta controinformazione; anche quest’anno ci saranno feste, concerti, cortei, dibattiti disseminati per la città; anche quest’anno le finali si terranno ai rigori in (quella che non è ancora) una piazza dello Zen 2….

Tutto il resto sarà però diverso ed imprevedibile, perché anche se la formula resta identica non si sa mai quello che può succedere.

Come quella volta che durante la prima edizione, nel pomeriggio del secondo giorno ad un certo punto abbiamo visto spuntare da sopra le gradinate del Velodromo un signore ivoriano sotto i quaranta, elegantissimo, con un completo color corda, cravatta stretta, scarpe lucide, occhiali da sole ed un blocco di fogli pieno di schemi e ipotesi tattiche stretto sotto il braccio destro. Dietro di lui dodici ragazzoni in maglietta arancione e verde con calzoncini e calzettoni bianchi, che con passo spedito entrano in campo per cominciare il riscaldamento e iniziare a provare gli schemi.

Un po’ sorpresi eg un po’ preoccupati che ci fosse stato un equivoco circa il carattere dilettantistico della manifestazione, ci avviciniamo all’allenatore che si presenta come mr. Ousmanne, e proviamo a chiarire che si tratta di una manifestazione non agonistica e che in fondo il calcio è solo un gioco, lui alza gli occhiali scuri e guardandoci dritti in faccia ci spiega: “E’ solo un gioco? Qui stiamo parlando di lotta al razzismo, oggi scendiamo in campo anche per i nostri diritti! Altro che solo un gioco”.

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