Ovunque tu sia nato, ovunque tu sia cresciuto, tu puoi giocare ovunque… …be free!

La Polisportiva SanPrecario invita ad una discussione sui temi del razzismo istituzionale e delle possibili strde praticabili per allargare ai nuovi cittadini, i migranti, il diritto e la libertà della pratica sportiva. Martedì 22 giugno – Sherwood Festival 2010, parcheggio Nord dello stadio Euganeo, Padova.

Quando abbiamo pensato al  titolo che dovesse sintetizzare l’idea e il progetto di una discussione e di un lavoro che affrontasse il problema del razzismo nel mondo dello sport ci simo trovati difronte ad un problema di traduzione. Come tradurre un concetto di libertà che deve sempre difeso, allargato e riconquistato; la traduzione letterale, quella gergale, quella combattiva, quella dell’invettiva o quella generica.
Abbiamo in fine compreso che proprio in questo problema di grammatica sta il fulcro di una discussione che pensiamo necessaria in una società in rapida evoluzione nel tempo della crisi.
Il problema dell’accesso al mondo sportivo dei cittadini migranti e dei loro figli, nati e cresciuti nel nostro paese, è una questione che parla di diritti e libertà.

La legislazione italiana è rimasta ferma a norme che nate per combattere la tratta degli atleti, soprattutto minori, che ora sono applicate, anche sotto la spinta del decreto sicurezza, in modo tale da creare uno stato di esclusione dallo sport legato alle federazioni nazionali. La scelta della legislazione italiana di riconoscere ai nati nel nostro paese solo il diritto di sangue, escludendoli da quello di suolo, ha innalzato barriere e muri di leggi che scoraggiano un giovane ragazzo nato da genitori stranieri a praticare la professione di atleta.

E’ chiaro a tutti che viviamo in una società dove la migrazione è fattore portante, anche delle dinamiche della crisi; una fenomeno non più arginabile ma che costituisce tanta parte della forza lavoro e della ricchezza dei nostri territori, e coinvolge gioco forza anche il mondo della pratica sportiva. La norma e il diritto formale di questo mondo sono statiche mentre le necessità di chi pratica, dal singolo atleta alla società sportiva, sono altre: ciò coinvolge,maggiormente, anche quelle strutture che fanno dello sport auto-organizzato, dal basso e per tutti, una ragione di battaglia politica e rinnovamento sociale.

Cosa vuol dire “ama lo sport, odia il razzismo”, una formuletta buona per dirsi differenti o la necessità di indagare in una discussione ampia e difficile la necessità di mutare leggi e comportamenti per affermare diritti fondamentali. Nel nostro paese lo sport professionistico si sta avviando ad un lento declino; atletica e sport di squadra in particolare, non hanno sputo, e potuto, inserire forze nuove, derivanti da una società meticcia, tali da mantenere quel alto livello conquistato negli anni. Lo sport istituzionale non rappresenta il paese reale e le eccellenze sono rare e esaltate a livello di eroi.

Il paese reale è fatto di tanti atleti e società che vogliono praticare affermando i propri diritti e rivendicando la propria libertà. La nostra realtà sportiva è quella della Polisportiva SanPrecario, che ha scelto di confrontarsi sul terreno accidentato del calcio ufficiale, ma anche di promuovere una pratica sportiva aperta a tutti. Le squadre di pallavolo e calcio a 5 nascono dalla voglia di mantenere e esaltare il valore del gioco e della socialità andando oltre il gruppo di amici che si ritrova per la partitella settimanale e condividendo una pratica di sperimantazione che si sottrae a una visione ideologica e romantica dello sport e della società.

E ‘difficile combattere quotidianamente con leggi e norme che vogliono regolamentare il desiderio di divertirsi, di competere, dello star bene con se stessi e con gli altri; normative che impongono a chi, dove e quando possiamo riappropriarci del nostro tempo di libertà e socialità. Allora è evidente che il problema di grammatica e il problema di trovare una traduzione a queste aspettative diventano non una mera posizione ideologica e di parte, ma dalla necessità concreta di chi si confronta e vive queste contraddizioni. Che risposta possiamo dare ai migranti del subcontinente indiano che ogni sabato e domenica affollano i nostri parchi con quello strano gioco, il cricket, che coinvolge dai giovani di sedici anni a uomini di cinquanta. Quale norma e legge ha garantito i diritti dei sei ragazzi nigeriani,da noi accolti,  portati in Italia con il sogno di un provino in una grande squadra e abbandonati senza documenti e senza futuro per le strade di Padova. Noi, come altri in questo paese, stiamo cercando e praticando queste risposte e come Polisportiva vogliamo cominciare a discuterne per dare una traduzione giusta di quel “resta libero”, perchè la libertà è tutto.

Non un dibattito, non un incontro, ma un’occasione per lanciare un’iniziativa, una campagna. C’è bisogno anche nello sport di ampliare il diritto di cittadinanza.

In una società sempre più multietnica, come si può pensare di limitare la libertà di … giocare? Serve un cambiamento, e di questo ci occuperemo con i nostri ospiti:

Carlo Balestri (Progetto Ultrà/UISP), la Società Sportiva LiberiNantes di Roma, Corrado Zunino (giornalista di “La Repubblica”), Bruno Bartolozzi (giornalista del “Corriere dello Sport”), Luca Tramontin (Tv Canton Ticino), Mauro Valeri (scrittore/ricercatore).

Coordina: Ivan Grozny

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