In memoria di Leone Jacovacci


di Mauro Valeri

Il 16 novembre del 1983 moriva, in un letto di ospedale di Milano, Leone Jacovacci. Poche settimane prima era stato colpito da infarto, il settimo in pochi anni. Leone aveva ottantuno anni. Era nato nel 1902, a Pombo, in quello che all’epoca era lo Stato Indipendente del Congo, che in realtà non era altro che una proprietà privata del re del Belgio, Leopoldo II. Il padre di Leone, Umberto, era un agronomo romano che, insieme al fratello Aristide, alla fine dell’Ottocento avevano tentato la fortuna emigrando in quel paese lontano e misterioso.

Per legge i lavoratori stranieri potevano avere un contratto non superiore ai tre anni, dopo i quali dovevano lasciare il paese per almeno sei mesi prima di richiedere un nuovo contratto per altri tre anni. Mentre Aristide dovrà lasciare l’Africa già prima della scadenza per una malattia (che lo porterà presto alla morte), Umberto lavorerà in Congo per oltre dieci anni, stabilendo con quel paese un rapporto particolare. Non solo avrà una relazione con una principessa babuendi, Zibu Mabeta, ma riconoscerà il figlio nato da questa relazione, al quale darà il nome, appunto, di Leone. Se riconoscere un figlio meticcio era all’epoca già un caso particolare, diviene eccezionale il fatto che Umberto e Zibu decidano di farlo crescere in Italia. E’ così che nel 1905 Leone arriva a Roma, dai nonni paterni, ai quali viene affidato, anche perché nel frattempo Umberto continua a lavorare in Africa e a mantenere una relazione con Zibu (dalla quale avrà altri due figli: Aristide, che arriverà in Italia nel 1909, e Vittoria, che invece morirà in Congo). Indubbiamente, per i nonni paterni l’arrivo di Leone è una gioia ma anche una pena. Una gioia perché è il primo nipote maschio, una pena perché sanno bene che per un meticcio l’Italia non è un paese facile, tanto, pur se appartengono alla borghesia romana, preferiscono trasferirsi (nascondersi?) con il nipotino in una contrada alle porte di Viterbo: La Quercia. E’ qui che Leone cresce insieme ai figli dei contadini, frequentando la scuola rurale, dove è l’unico “straniero” (l’altro compagno di scuola ad essere nato fuori Viterbo viene dalle Marche).

E’ probabile che il maestro lo presenti ai suoi compagni utilizzando le stesse parole con le quali il maestro de “Il libro Cuore” presenta l’arrivo del ragazzino calabrese. A parte qualche problema scolastico, tutto sembra filare liscio fino al 1909, anno in cui la nonna paterna muore. Visto che il padre continua a lavorare in Congo, per Leone e Aristide si prospetta un trasferimento a Roma, dalla zia paterna. Presto però finiscono entrambi in collegio. Leone viene iscritto all’istituto salesiano Villa Sora di Frascati, dove sono un po’ più abituati ai ragazzi “di colore”, dato che qualche anno prima vi aveva vissuto, per alcuni mesi, il futuro beato Zeffirino Namuncurà, figlio di un gran cacicco della Patagonia. Leone fa però fatica ad integrarsi. Con il crescere il suo desiderio di andare via, di fuggire, forse anche di tornare in Africa, lo porta spesso a scappare dai diversi collegi in cui viene inserito. Quando il padre torna definitivamente in Italia, nel 1916, Leone sembra trovare un momento di serenità, tanto da ottenere finalmente la licenza elementare. Ma ancora una volta si trova a dover affrontare un disagio più grande di lui.

Non soltanto il suo (dove il colore della pelle ha un notevole peso), ma anche quello del padre, che vive il suo rientro come una sconfitta: di fatto, era stato espulso dal Belgio per via di uno scontro con un missionario. Senza patria il padre, senza patria il figlio. Leone decide di andar via. Raggiunge Napoli dove, fingendosi un “indiano di Calcutta”, riesce ad imbarcarsi come mozzo su un mercantile inglese. Dopo diversi mesi trascorsi in mare, decide di fermarsi a Londra, acquisendo però una nuova identità: diviene John Douglas Walker, afro-inglese, nato nel 1900. E’ con questa identità che, quando la Prima Guerra Mondiale è ancora in corso, viene arruolato nell’esercito britannico, combattendo tra l’altro anche in Russia. Al momento del congedo, John/Leone si ritrova disoccupato. Ma il destino è segnato. Mentre passeggia nei pressi del Tamigi, viene ingaggiato da un imprenditore di boxe, alla disperata ricerca di un pugile nero disposto a prendere il posto di quello scappato con la cassa, per combattere in un torneo dove il pezzo forte era proprio la sfida tra un bianco e un nero. Leone, che pure non aveva mai combattuto, accetta per fame di salire sul ring. Non solo vince il suo primo incontro, ma addirittura il torneo. Decide così di provare a guadagnare soldi facendo il pugile professionista. Ma dopo diversi incontri vinti, scopre che in Inghilterra vige quella “linea di colore” che impedisce ai pugili neri di poter mirare ad una vera carriera, in cui contano i titoli nazionali, europei e magari mondiali.

Deluso, lascia l’Inghilterra per la Francia, dove i pugili neri sono invece accolti con entusiasmo per via di quella che qualcuno chiama negrofilia. Il passaggio della Manica comporta però una nuova modifica della sua identità: diviene Jack Walker, afro-americano (dato che gli afro-americani sono, all’epoca, i pugili meglio pagati). In Francia, dopo alcuni iniziali alti e bassi, diviene un pugile piuttosto affermato, che guadagna anche bene. Ma c’è un elemento negativo: Leone sa che non potrà mai provare di essere un americano. Il che vuol dire che non può avere la carriera che invece ora pensa di meritare. Decide così, e siamo nel 1925, di fare outing: dichiarare pubblicamente di essere l’italiano Leone Jacovacci. In realtà, già prima di quella data, c’erano stati alcuni episodi in cui la sua falsa identità americana aveva fatto capolino. Il più emblematico gli era capitato durante un incontro in Italia, quando, per richiamare il suo “secondo” (un ragazzo romano) che, durante una pausa tra due round, non gli aveva passato l’acqua, Leone aveva urlato, in perfetto romanesco, “aho, damme l’acqua!”. Comunque, la maggioranza degli italiani accoglie la confessione di Leone con grande entusiasmo: avere un pugile così forte è un onore, anche perché nell’Italia, dove il pugilato era, insieme al ciclismo, lo sport nazionale, le vittorie sui ring europei erano fino ad allora davvero poche. A far resistenza è però la Federazione italiana di pugilato, che non si fida della confessione di Leone, forse anche imbarazzata dal suo colore della pelle. Inizia così una battaglia fuori dal ring che durerà due anni, durante i quali a Leone, oltre a procurarsi tutti i documenti richiesti, non resta che vincere sul ring. E prende la cosa così seriamente, che per due anni di fila batte praticamente tutti i più forti pugili europei, sia nella categoria dei pesi medi che in quella dei mediomassimo, conquistando titoli europei virtuali, visto che quelli reali gli sono impediti. Come spesso avviene, le resistenze della Federazione italiana cadono solo grazie ad una diatriba tutta localistica, che vede opposte Milano e Roma. Mentre Milano poteva vantare gran parte dei campioni italiani e alcuni anche europei, Roma si doveva accontentare di essere al massimo seconda.

Ma ora Roma poteva finalmente riscattarsi. Avviene così che Leone torna ad essere prima un “vero romano” e poi un “vero italiano”. Insomma un “Nero di Roma”. Ma le sfide non sono ancora finite. Per “vendetta” i “milanesi” organizzano proprio a Milano la sfida per il titolo italiano, che vede contrapposti Leone e il milanese Mario Bosisio, in un incontro diretto da ben tre giudici milanesi! Nonostante Leone domini sul ring, la vittoria viene assegnata a Bosisio. Leone non molla, aiutato anche dalla solidarietà dei “romani” e dei veri appassionati di boxe che lo considerano il vero vincitore. Il destino si compie il 24 giugno 1928. Allo Stadio Nazionale di Roma, viene organizzata, direttamente dal Partito Nazionale Fascista, la rivincita tra Bosisio e Leone. Questa volta non è in ballo soltanto il titolo italiano dei pesi medi, ma anche quello europeo, detenute entrambi proprio dal pugile milanese. Leone non si fa sfuggire l’occasione e vince l’incontro, divenendo campione italiano ed europeo. In assoluto è il quarto italiano a vincere un titolo europeo, e il secondo nero a vincere un titolo europeo (prima di lui l’aveva vinto soltanto il franco senegalese Battling Siki). Una vittoria così importante conquistata da un meticcio in un’epoca in cui gran parte dei teorici del fascismo ritenevano che i meticci fossero dei degenerati fisici e psichici, è più che una sfida. A farsi carico di distruggere umanamente Leone ci pensa la Gazzetta dello Sport, che il giorno dopo la clamorosa vittoria, scrive, in prima pagina, che comunque non può essere un nero a rappresentare l’Italia. La fama di Leone è però tale che qualcuno, tra cui Arpinati, prova a difendere lui e gli altri “italiani dal sangue negro”. Ma è una difesa che cade nel vuoto. La carriera di Leone è segnata, e terminerà, qualche mese dopo, per via di una “polliciata”, cioè di un pugno vietato, dato con il pollice aperto, che gli provoca il distacco della retina dell’occhio destro. Anche se Leone prova a nascondere il suo handicap, è evidente che non è possibile combattere da professionisti con un occhio solo. Perso il titolo europeo, e poi anche quello italiano, Leone decide di lasciare il pugilato. Per alcuni anni farà il catch (l’antesignano dell’attuale wrestling). Nel frattempo preferisce stabilirsi in Francia, deluso forse da quello che lui ha sempre ritenuto essere il suo paese, cioè l’Italia, che sembra ricordarsi di lui soltanto quando scatta qualche emergenza. Come quando un pugile cubano sbaraglia tutti i pugili medi italiani che incontra. Leone viene così richiamato per un ennesimo combattimento, che vince meritatamente, come sempre entusiasmando il pubblico.

Ma ormai la sua vita è Oltralpe, anche eprché le leggi razziali sono alle porte. Quando la seconda guerra mondiale sembra arrivare anche in Francia, Leone decide di tornare ad essere John Douglas Walker, chiedendo di combattere nuovamente con la divisa inglese. La risposta da Londra, però, arriva in ritardo, quando ormai i nazisti sono a Parigi. Leone prova comunque a raggiungere l’Inghilterra, senza però riuscirci. Torna così a nascondersi, magari assumendo una nuova identità. Di sicuro, quando la sua compagna, Berthe Salmon, si reca in ospedale per partorire, Leone, forte del suo passato camaleontico e preoccupato del cognome ebraico della donna, le suggerisce di dichiarare ai tedeschi di chiamarsi Berthe Roquet, riprendendo, chissà perché, il cognome di un pugile francese che lui aveva mandato al tappeto più di una volta. Così, quando Nicole viene al mondo, nel 1944, si ritrova ad avere un cognome materno fittizio e un padre che ha un’altra identità! Leone tornerà comunque in Italia con la divisa inglese, perché riesce ad arruolarsi negli ultimi mesi della guerra. Lavorerà a Milano con le Nazioni Unite per l’aiuto ai profughi, continuando anche a fare wrestling addirittura fino agli anni Sessanta. Ma la sua vera professione, quella che gli darà da vivere, è quella di portiere di uno stabile in via Ghibellina. Il caso vuole che negli stessi giorni in cui Leone è ricoverato in ospedale per via del settimo infarto, sui ring italiani vincono due futuri campioni italiani dalla pelle scura: Nino La Rocca e Sumbu Kalambay. E’ come il passaggio di un testimone tra black italians, anche se per anni la storia di Leone è finita nell’oblio (tanto che, fino a qualche anno fa, su diversi siti internet era classificato come un afro-americano). Curiosamente, nonostante diversi filmati dell’Istituto Luce, non esiste alcuna immagine o foto che riprende il momento in cui l’arbitro alza il braccio di Leone per assegnargli il titolo, facendo venire il forte sospetto di un intervento di censura, che non lasciasse traccia della vittoria di un nero italiano su di un bianco italiano!

Oggi la sua storia assume un valore particolare, perché ci permette di scoprire un’Italia multirazziale anche in anni nei quali invece le testimonianze sono assai scarse. E ci permette di comprendere meglio anche quanto il razzismo possa incidere sulle carriere sportive e sulle esistenze, come purtroppo accade ancora oggi.

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