Marassi, Genova, Europa… …solo una altro campo di battaglia

di Garbat

C’è qualcosa di molto profondo nelle vicende legate ai fatti della partita Italia-Serbia; qualcosa che andrebbe studiato con molta attenzione e che certamente ha come cornice l’Europa post-muro, le sue negazioni, i suoi ideali, la sua crisi. Ciò a cui abbiamo assistito è sicuramente, per dirla con le parole di un vecchio generale prussiano, qualcosa che non sfugge alla definizione “la prosecuzione della politica con altri mezzi”.

Guerra. Sport e guerra; certo, sicuramente una chiave di lettura che è leggittima, se si pensa che proprio nei Balcani lo sconto serbo-croato venne anticipato nella partita di calcio fra la Dinamo Zagabria e La Stella Rossa Belgrado; ma una chiave che apre porte molto grandi, ricche di questioni irrisolte.

Per la cronaca sono almeno quattro anni che negli stadi d’Europa durante le partite di Champions League, Europa League e qualificazioni a Mondiali e Europei, avvengono episodi di questo genere: incidenti fra tifoserie e/o esibizioni di forza che possono essere annoverati a questioni di nazionalismi, neonazismi e xenofobia. Dagli scontri tra nazionalisti durante Finlandia e Russia per la qualificazione alla coppa del Mondo in SudAfrica, all’indomani di trattati europei che riguarnavano il commercio in quelle regioni. Continuando con le partite fra squadre ungheresi e slovacche con incidenti provocati da ultras slavi provenienti da tutta Europa, che costrinsero ad un vertice tra i due paesi con la supervisione di un inviato della Comunità. Agli scontri scatenati da frange neonaziste europee in occasione della partita tra AustriaVienna e Athletic Bilbao, all’ indomani della pubblicazione da parte della Uefa del rapporto sulle tifoserie di estrema destra in tutta Europa.

Una situazione che è preoccupante, e forse la Ufea più della Comunità Europea ha chiare molte delle dinamiche; ma altrettanto chiaro è di quanto sia sempre più difficile trovare una soluzione. Più facile capire l’origine.

L’Europa post-muro come non seppe risolvere la questione dei Balcani così fece per i rapporti con le ex repubbliche del patto di Varsavia, e dove non sono arrivati i suoi fallimenti, promesse tradite e occasioni mancate, la comunità eruropea ha delegato. Alla Nato per il Kossovo e bombardamenti su Belgrado, per non parlare della gestione dell’amministrazione dei Balcani post conflitto,  agli Stati Uniti nei rapporti con la Russia,  o alla Uefa per creare un idea di unione, generando però mostri. In questi vent’anni di sonno della ragione politica l’unica pancea è divenuta l’allargamento della comunità; ma con quale idea di Europa? Le nazioni, la confederazione, le macro regioni, i territori, le etnie. Un po di tutto e molto di niente. Sembra di essere tornati nell’ Europa delle guerre di religione, fra cinquecento e fine seicento; tutti in fila a richiedere di essere riconosciuti dall’impero, per aver diritto ad esercitare il proprio piccolo potere di scatenare una guerra.

Ora, in queste molte e poco conosciute forme di Europa “la continuazione della politica con altri mezzi” è diventata solo l’esclusiva necessità della scelta del campo di gioco, dello stadio palcoscenico e di televisioni che diano la giusta visibilità.

Mafie di ogni genere e tipo, nazionalismi e territorialismi sfrenati, in questo ordine o combinate sono l’altra componente; nell’Europa della Comunità, queste istituzioni informali, che a livello continentale collaborano o alla meglio hanno un ideologia comune, al massimo hanno il controllo delle curve o vi scorrazzano più o meno tollerati. La collusione è ad altri livelli; più alti. Il resto è massa di manovra: utile, forse imprescindibile, sicuramente a servizio, forse anche per una battaglia.

Ma nelle altre Europa, dopo esser cresciuti nella fame del socialismo reale, nella corruzione e la povertà della nuova Europa o sotto le bombe e le macerie di guerre entiche o di quelle per la democrazia, il controllo di una curva diventa un “eslusivo strumento della prosecuzione della politica con altri mezzi”, e per chi la vive l’unica atto di rivolta possibile, o meglio visibile; non fosse altro che nel calcio europeo si gioca in casa e in trasferta dal martedì al giovedì e se ci sono le nazionali anche nei fine settimana. Sotto gli occhi di tutti.

Un anno e mezzo è passato da quando avevamo parlato dei problemi legati al calcio europeo in previsione dei campionati Europei di Polonia e Ucraina, del rischio che i campi di gioco divenissero campi di battaglia; l’eventuale squalifica della Serbia, o le partite a porte chiuse saranno l’ennesima risposta della civile Europa vissuta e alimentata come un ulteriore ferita a onori e dignità e che esigeranno una risposa dell’ altra Europa.

Oggi le uniche parole che ci vengono in mente sono quelle del bardo inglese in bocca al suo mercante “… se tutto questo non ha senso, se tutto questo non servirà a nulla, almeno serva a saziare la mia vendetta …”. Domani, domani si torna sugli spalti.

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1 commento

  1. Basta fare i biglietti a nome definitivamente, la tessera del tifoso. Chi sgarra, fuori.


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