Nostalgia canaglia

di Ivan Grozny

Sabato sera, di fronte alle immagini del Gay Pride di Belgrado, forse ci sarebbe stato bisogno di qualche riflessione in più.

Le vicende internazionali sembrano non interessare più nessuno, poi accadono fatti come quelli di ieri sera a Genova e subito a stupirsi. C’è uno strano clima, in Serbia, un clima molto teso. C’è una parte della società che ha nostalgia del tempo che fu. Nostalgia del maresciallo Tito, ma soprattutto di Milosevic, deceduto qualche anno fa mentre era sotto processo al tribunale de l’Aja per crimini di guerra. Un criminale, un dittatore, che però molti rimpiangono. La fine del sogno della grande Serbia, il Kosovo diventato indipendente. I bombardamenti della Nato. Ferite, queste, evidentemente ancora aperte. E c’è chi soffia sul fuoco della rabbia e della voglia di vendetta.

Paramilitari e nazionalisti vanno a braccetto, e più spesso sono tutt’uno. Molti utilizzano il calcio come un modo per poter fare arrivare in maniera più diretta e evidentemente efficace, i loro messaggi. Ma anche altri appuntamenti che offrono loro la possibilità di avere visibilità non vengono disdegnati. Il Gay Pride di sabato 9 ottobre ne è stato un esempio. Senza dimenticare quanto era accaduto, nella stessa occasione, non più di sette anni fa.

Quando scoppiò la guerra era il 1990. E’ giusto ricordare che fu proprio un match di football che provocò il “casus belli”. Si giocava, a Zagabria, Dinamo – Stella Rossa. I tifosi, da Belgrado, erano guidati da quello che poi prese il nome di Tigre Arkan. Il clima allo stadio era a dire poco infuocato, e tifosi della Stella Rossa fecero di tutto per scontrarsi con gli avversari croati, i quali non fecero niente per evitarli. Il clima nel Paese era già pesante, e anche in altri match era stato evidente che il sentimento di divisione animava molti. Di ogni fazione. Passò alla storia la ginocchiata inferta a un poliziotto da parte di un allora ventenne Zvominir Boban, capitano della Dinamo Zagabria e poi della nazionale croata, che partecipò attivamente agli scontri, come altri suoi colleghi, a dire la verità. E che divenne un’icona per la causa croata. Costretto a fuggire, riparò in Italia dove ebbe molta fortuna. Ma riuscire a portare in salvo la sua famiglia fu più complicato che affermarsi su un campo di calcio.

Un pomeriggio difficile da ricordare. In diretta Tv l’antipasto della guerra che di lì a poco esploderà. Proprio i protagonisti di quella giornata hanno sempre detto che erano consapevoli che quegli scontri avrebbero portato ad altro.

La guerra è qualcosa di devastante. Di terribile. Che lascia scorie impossibili da debellare. A volte neppure il tempo riesce a rimarginare certe ferite. Che poi ne provocano altre e altre ancora. Una spirale difficile da arrestare. Se non si decide per un gesto che vada in una direzione opposta. Anzi, ostinata e contraria.

Questo per dire che quanto accaduto ieri con il calcio e lo sport ha davvero poco a che fare.

E che quello che è successo al Ferraris di Genova avrebbe davvero poco a che fare con le questioni italiane.
Coloro che hanno creato disordini avevano finalità politiche mirate alle questioni interne del loro Paese.

Ma i fatti si sono svolti in Italia. Il paese della tessera del tifoso e della nuova disciplina sulla sicurezza.

Cosa dirà adesso il ministro Maroni? Come giustificherà questo tracollo nella gestione della sicurezza negli stadi?

Mettiamo da parte la questione tessera del tifoso, che in questo caso non c’entra, anche se abbiamo appurato che non serve a quello per cui ci dicono sia stata ideata e introdotta, qui le questioni sul tappeto sono molteplici. E la curiosità di sentire le giustificazioni da parte degli addetti alla sicurezza per la gestione è tanta. Pinze, spranghe, coltelli. Entra di tutto nello stadio. Un amico che era presente mi ha raccontato che le gradinate erano piene oltremisura, e per questo non c’è stata la possibilità da dentro le tribune di alcun tipo di intervento. Si sarebbe andati incontro a una tragedia certa.

I supporter serbi hanno fatto tutto quello che hanno voluto. Ed è evidente che avevano studiato nei minimi particolari la situazione. Non volevano che la partita si giocasse, e così è andata.

Come spiegheranno all’opinione pubblica quanto è successo?

E’ solo colpa delle frange neonaziste serbe o si poteva fare in modo che la partita si disputasse?

Domenica scorsa ho assistito a Inter-Juve di campionato. I giornali non ne hanno parlato, ma le due tifoserie sono arrivate allo scontro all’interno dello stadio. Con tanto di tessera del tifoso.

Un’ultima annotazione. Neppure a me sono piaciute le “tre dita” di Stankovic e compagni. Allergici al nazionalismo come siamo, non è certo un saluto che possiamo apprezzare. Ma le sue lacrime, quelle mi hanno colpito allo stesso modo. Perché non erano le lacrime di uno che non ha potuto giocare una partita, ma quelle di uno che si rende conto che, ancora una volta, la sua terra corre un grande pericolo. Un pericolo che si chiama fanatismo. Anticamera dell’odio e della violenza.

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7 commenti

  1. Il racconto di uno che ieri era a marassi nel settore dei tifosi serbi:

    http://unaltrocalcio.wordpress.com/2010/10/13/sramota-la-non-partita-che-rimarra-nella-storia-vista-da-vicino/

  2. Scusa ma la guerra è iniziata nel giugno del ’91, non nel ’90 e a dir la verità quella partita centrava ben poco col casus belli, dato che invece è la dichiarazione di indipendenza della Slovenia, a cui seguì quella croata.

    • Per dire la verità quella partita si svolse una settimana dopo il referendum con cui in Croazia veniva dato via libera alla secessione dalla Federazione jugoslava, e lo stesso Arkan ha più volte ricordato che in quella giornata volevano farla pagare ai Croati. Senza contare che fu la sua santificazione come leader serbo, gran brutta analogia con l’Ivan “il Terribile” di Marassi che tra qualche settimana, uscito di galera dopo patteggiamento, tornerà a Belgrado da eroe, o da martire dovessero tenerlo al gabbio più a lungo… Del resto anche Arkan aveva frequentato parecchio le galere italiane e credo anche partecipato a una rivolta a San Vittore.

  3. No, non è così. La partita si svolse in concomitanza con le elezioni della repubblica croata della federazione jugoslava (elezioni regolari insomma), il referendum fu l’anno seguente
    http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_di_indipendenza_croata#Guerra_in_Croazia_.281991-1995.29
    (del resto anche queste erano elezioni regolare, se non sbaglio la costituzione jugoslava prevedeva la possibilità che le repubbliche si dichiarassero indipendenti)

    Comunque, ragazzi io concordo su tutto quello che scrivete, ma quella partita non fu il casus belli di nulla, fu solo l’esempio della tensione che c’era nel paese.

    • @ Andrea: hai ragione, nella fretta ho confuso il referendum successivo con le elezioni di cui parli. Dovresti considerare però che quelle elezioni le stravinse per la prima volta l’HDZ di Tudjman il cui programma separatista era già esplicito. Arkan stesso in seguito affermò che per i tifosi belgradesi quella non era una partita ma l’inizio della guerra.
      Dopodichè intendiamoci sul significato di casus belli: se con questo intendi il fatto scatenante della guerra (es: l’omicidio di Francesco Ferdinando mette in moto la Ia GM) hai sicuramemte ragione, anche se sostenere che in questo caso fu la secessione slovena, che avvenne con qualche sparo alla frontiera e credo un morto soltanto, mi pare un po’ riduttivo. Quella guerra covava sotto le ceneri da 45 anni, ed era annunciata da dieci, cioè dalla morte di Tito. La Slovenia era già destinata ad entrare autonomamente nella sfera d’influenza tedesca, in un modo o nell’altro questo era già un dato per tutti da almeno qualche anno.
      Quello che mi pareva venisse sollevato giustamente dall’articolo di Ivan è il meccanismo simbolico della partita di Zagabria, meccanismo simbolico che mi pare perfettamente dispiegato nella vicenda di Marassi con la differenza che stavolta l’uso politico della tifoseria è stato messo al servizio di altri fini: fermare la “normalizzazione” europeista della Serbia, rinfocolare lo scontro in Kosovo (guarda caso l’unica bandiera bruciata è stata quella albanese), far fare una figura di merda al governo di quel paese. Questo dal punto di vista dei fascisti serbi, ma vedendo la televisione l’altra sera e le reazioni seguite a me sembra che ci sia anche qualcosa che ci riguarda ancora più da vicino che un episodio come tanti delle guerre balcaniche. La figura di “Ivan il Terribile” e in generale il modo in cui sono stati spettacolarizzati i tifosi serbi fanno perfettamente il gioco di chi in Italia vuole che si continui a presentare quella parte di Europa come un crogiuolo di popolazioni barbariche, incivili, inadatte alla democrazia (in questo l’interesse dei razzisti italiani coincide perfettamente con quello dei nazionalisti serbi, croati etc.). Il mito dello slavo come animale (Ivan la Bestia) e la conseguente superiorità della razza italica sono stati una volta di più confermati, lo stadio ha intonato compatto non solo l’inno italiano ma anche il coro “zingari di merda”. So per certo che diversi fascisti italiani si sono fregati le mani davanti a quello spettacolo.
      Su globalproject ho pubblicato questo dialogo immaginario tra due agenti dei servizi italiani che si congratulano per la gestione della vicenda di Marassi (http://bit.ly/ajfkPs). Sia chiaro che non mi appassionano le teorie cospirazioniste e non credo ci sia stata una premeditazione in quanto successo. I tifosi serbi erano probabilmente intenzionati a farla pagare al portiere “traditore”, l’atmosfera della trasferta in un paese che pochi anni fa ha partecipato attivamente al bombardamento di Belgrado hanno fatto il resto. Però…

  4. Ciao sono sempre Andrea sotto pseudonimo.
    Concordo abbastanza con quello che hai scritto ma non troppo sul fatto che la guerra covava da 45 anni. Non credo che fosse così, il problema fu che Tito non era stato in grado di creare una classe dirigente capace di fermare i nazionlismi che ardevano nascosti sotto le ceneri.
    Sull’indipendeza della Slovenia. Credo che i morti furono una ventina, se non sbaglio e comunque tutti militari. Nulla rispetto a quello che sarebbe successo dopo.
    Però di fatto fu quello l’inizio delle guerre. Noi non possiamo sapere cosa sarebbe successo se la Slovenia non avesse dichiarato l’indipendenza. Magari il nazionalismo si sarebbe limitato a scontri fra ultras e la Croazia non avrebbe avuto il coraggio di dichiarare l’indipendenza da sola (e di certo la Bosnia non l’avrebbe mai fatto, la Macedonia se la sono lasciati scappare senza nemmeno uno sparo, tanto era poco influente). Tieni infatti presente che la Slovenia e la Croazia dovevano dichiarare l’indipendeza insieme, ma la Croazia ci impiegò qualche giorno in più aspettando di vedere cosa succedeva…
    cmq sulla questione ho scritto questo
    http://malingut.wordpress.com/2010/10/18/teoria-di-un-complotto/
    un po’ complottista ma secondo me un fondo di verità c’è
    ciao

  5. […] ma sfacciatamente inaccettabile. Ricordiamo cosa abbiamo detto in occasione della partita di andata https://sportallarovescia.wordpress.com/2010/10/13/nostalgia-canaglia/ Il piccolo dibattito che si è aperto sul blog in quella occasione può già darci diversi spunti […]


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