Sport, politica e restaurazione

di Ivan Grozny

Il nostro è un Paese meraviglioso. Bisogna che ce lo diciamo, altrimenti corriamo il rischio di dimenticarcelo.
Quello a cui assistiamo è uno spettacolo unico, dove tutto si somiglia ma nulla è uguale a nient’altro.
E ciò che fino a poco tempo fa era certezza, oggi non si sa più cosa sia.
Partiamo dalla Ferrari. La “rossa” è di sicuro la più amata dagli italiani. E’ simbolo di tradizione e cultura motoristica, di passione centenaria per i motori.
Domenica pomeriggio milioni di appassionati erano increduli di fronte all’esito finale della gara e del Mondiale. Già, chi se lo sarebbe mai aspettato un finale così deludente dopo una rimonta strepitosa come quella che ha effettuato Alonso?E’ inutile che facciamo finta di non saperlo. Divenire campione del Mondo avrebbe portato cifre importanti nelle casse di Maranello, ancora nuovi sponsor e tanto entusiasmo che si sarebbe poi riversato anche sui mercati. Insomma, non è solo una questione di tifo. Ma è forse uno dei pochi marchi italiani che avrà sempre mercato. Di clienti esclusivi, certo, ma sempre mercato è!

Insomma, una mano sul cuore e una sul portafoglio. Come sempre nello sport professionistico.
Di qui l’attacco della Lega a Montezemolo. L’invito a dimettersi è stato il complimento più gentile.
Lo sport che diventa anello di congiunzione con la politica non è uno spettacolo nuovo, ma forse a questi livelli non si era mai arrivati.

Se Montezemolo rappresenta un potere, la Lega ne rappresenta un altro.
E quindi, mi verrebbe da dire, evviva Vettel, il giovane campione della Red Bull.
Se poi pensiamo a cosa rappresenti questo carrozzone guidato da un personaggio senza scrupoli come Bernie Ecclestone, verrebbe voglia addirittura di lasciare stare, ma si sa, la passione per lo sport e la razionalità non vanno affatto d’accordo.

Mai.

Domenica sera ero a Milano per assistere all’ennesimo derby della Madonnina. Atmosfera elettrizzante prima della partita. E’ straordinario il clima che si crea in certe occasioni, soprattutto in stadi come il Meazza.

Quasi ottantamila persone presenti, per uno spettacolo, sugli spalti, impagabile.
Poi arriva il momento della partita, e si sa, certi appuntamenti non possono mai essere tanto spettacolari.
Pieni di pathos, sì. Ma mai esteticamente troppo appaganti. La posta in gioco è troppo alta, e nessuno vuole perdere.

La tensione comunque è sempre altissima, e comunque vada il risultato, e per qualsiasi team si faccia il tifo, l’esperienza del big match a San Siro e qualcosa che consiglio.
E quest’anno, non a caso, l’ha spuntata il Milan.

Già, l’A.C. Milan.

Era da un po’ di stagioni che non se ne avevano notizie, in certe zone della classifica. I rossoneri erano diventati un brand al quale aggrapparsi, un simbolo vincente, che però si nutriva del suo pure glorioso passato. Ma non più competitivi.
Squadra di stelle più o meno appannate, forte con i deboli e poco competitivi con le squadre toste.
Se pensiamo alla stagione scorsa, mai in gioco per lo scudetto, e strapazzata anche in Champions League.
Diverse stagioni a “Zeru tituli”, come direbbe qualcuno.

Ma quest’anno qualcosa è cambiato.

Già, e come è cambiato. Il Milan è tornato ad essere una squadra davvero compatta. Una squadra vera.
Fuori i giocolieri e dentro i leoni, i combattenti.

Berlusconi, dopo anni di distacco dalla squadra, e con poca voglia di investire, si è ritrovato con la necessità di rinforzare la squadra non per competere con lo strapotere dimostrato in questi anni dall’Inter, non per la voglia di tornare a essere forti, ma per le sue necessità politiche.

Con l’obiettivo di tornare vincenti nell’anno elettorale.
E quindi, è plausibile che i tifosi rossoneri aspettino con ansia la campagna elettorale. Porta vittorie.

Sport e politica. Politica e sport.
Di questo si tratta, in fondo.
E quindi, come non parlare di Andrea Agnelli?

No, questa occasione non me la posso fare sfuggire.

Saviano, nella prima puntata di “Vieni via con me” ha parlato della macchina del fango. Il meccanismo che fa sì che tutto è uguale e che lo stesso peccato, in fondo peccato è, perché lo compiono tutti.

Il giovane rampollo della famiglia Agnelli sembra conoscere benissimo questo meccanismo. E chi lo circonda pure.

Ogni occasione è buona per equiparare i comportamenti di altri a quelli di Moggi e Giraudo. Ogni uscita pubblica dimostra quanto il nipotino di Edoardo abbia imparato bene la lezione. E se prima, la Juve di Elkan e Blanc avevano addirittura denunciato gli ex dirigenti bianconeri, oggi quelle stesse denunce vengono ritirate e addirittura si rivendica quel periodo come vincente.

Ma i paradossi non finiscono qui. Sabato la Juve pareggia in casa con la Roma. Risultato se vogliamo giusto, ma viziato dalla mancata assegnazione di un penalty proprio ai giallorossi, oltre a quello assegnatogli e trasformato da Totti.

E qui si rivede lo stile Juve. Lo stile Moggi, direi. Del Neri, il tecnico, attacca l’arbitro. Marotta, fa quasi peggio.

Come nella peggiore tradizione bianconera. Non me ne vogliano coloro che tifano Juve. Ma è tremendo sentire fare certe affermazioni, quando l’evidenza del campo ha detto tutt’altro. Quando gli episodi sono così lampanti da non lasciare alcun dubbio. Poi se si pensa che Del Neri apparteneva alla scuderia GEA (quella dei figli di questo o quello che controllavano tecnici, giocatori e campagne trasferimenti) e che Marotta è stato cacciato dalla Samp per operazioni poco chiare (si vocifera di pagamenti in nero percepiti per la cessione in prestito di alcuni giovani) allora le cose tornano al loro posto.

Sì, sono passati cinque anni dallo scandalo di calciopoli ma il calcio, lo sport in generale, non ha alcuna intenzione di cambiare atteggiamenti, di migliorare i comportamenti.

Neppure l’Italia mi sembra avere questa voglia.

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2 commenti

  1. […] Il seguito di questo articolo: Sport, politica e restaurazione « Sport alla rovescia […]

  2. bella grozny….avevo capito che l’articolo era tuo appena ho letto la prima frase su FB!
    ti saluto Mou. besos.


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