Sport, campioni fin dalla culla. Le società a caccia di bambini

di MAURIZIO CROSETTI

Mini atleti da avviare poi al professionismo. Così si appaga anche il marketing. Ma per gli esperti “lo sport deve essere una scelta, mai l’agonismo sotto i 10 anni”. I pediatri: “Bimbi plagiati dai genitori”

CALCIATORI bonsai di anni uno. Tennisti miniaturizzati di diciotto mesi. Minuscoli giocatori di baseball in grado, non diciamo di colpire la palla con la mazza, ma neppure di spostarla di tanto così. È l’ultima americanata e riguarda lo sport, anche se la parola è impropria: cosa c’è di sportivo nell’attività fisica in fasce, già organizzata con i criteri delle squadre e delle leghe, sotto l’enorme ombrello del mercato?

La notizia, anzi l’allarme, lo lancia il New York Times, raccontando che negli Usa esistono centinaia di società sportive per i bambini sotto i due anni. Si chiamano “The little gym”, oppure “Baby goes pro”, e già dal nome rivelano lo scopo: costruire in laboratorio mini atleti da selezionare per un professionismo non così lontano. Anche se il primo obiettivo è vendere iscrizioni, attrezzi ginnici (persino un lettino con le sbarre adattato), magliette e scarpe.

“L’attività motoria infantile è giusta, l’esasperazione e l’agonismo mai”. Enrico Casella è l’allenatore di Vanessa Ferrari, la più brava ginnasta italiana. Il loro è uno sport dove si comincia da piccoli: “Ma non da piccolissimi, perché serve la possibilità di capire e scegliere. L’avviamento sportivo deve sempre essere disinteressato e giocoso: se poi il talento per le gare esiste, si capirà più avanti. Il rischio è il plagio da parte degli adulti, a loro volta condizionati dal mercato. L’America, in questo

senso, è il peggiore dei modelli”.

La Federazione italiana medici pediatri è contraria allo sport in miniatura. E avverte che la pratica agonistica sotto i dieci anni si può svolgere solo nella ginnastica e nel pattinaggio (dai 6 anni), oppure nel nuoto, nella scherma e nel rugby (dagli 8). Anche se è il demone calcio ad attirare i genitori-ultrà: sognano denaro e fama per i figli, nonostante le statistiche federali dimostrino che solo lo 0,2 per cento dei 700 mila giocatori dagli 8 ai 16 anni tesserati in Italia arriva in serie A. Si rincorre qualcosa che non esiste, pagando anche mille euro all’anno, sulla pelle di chi è piccolo e non può difendersi. E il prezzo può essere alto (non si parla solo di denaro) anche per i pochissimi che arrivano in fondo. “Ho sempre odiato il tennis”, rivelò André Agassi: il padre gli appese una pallina sopra la culla, predestinazione e maledizione.

“Tutto questo è demenziale, quale sarà il prossimo passo? – si chiede il professor Lyle Micheli, fondatore della prima clinica pediatrica di medicina sportiva all’ospedale di Boston – Lo sport sotto i tre anni è una fabbrica di infortuni e tensioni assurde. Nella nostra clinica facciamo sparire gli opuscoli che pubblicizzano certe palestre e certe società sportive”.

Il messaggio che arriva dal mercato è subdolo, fa leva su buoni sentimenti e pessimi sensi di colpa. “Aiutate i vostri figli a non essere più obesi”, ma anche “passate più tempo con loro”: ed è la stessa industria pubblicitaria che gonfia le pance di cibo spazzatura. In un video, la simpatica scimmietta Emkei spiega che anche da piccolissimi si può giocare a calcio o a tennis, e vuoi non credere a un grazioso cartone animato?

La “Lil’Kickers”, una tra le più diffuse accademie del calcio americano, anzi del soccer, ha filiali in diciotto Stati: circa il 55 per cento dei suoi 100 mila calciatori d’allevamento ha meno di tre anni, ed esistono persino squadre composte da giocatori di diciotto mesi. La mostruosità è che giocano in campionati veri, con mamme e papà che già urlano a bordocampo. “Noi vogliamo solo il divertimento dei bambini, non stiamo cercando il nuovo Pelè”, dichiara Don Crowe, amministratore delegato di “Lil’Kickers”. Il sospetto è che cerchi soprattutto iscritti, e gonzi da illudere.

“Spesso, i genitori fanno solo danni”. Lo dice Giorgio Cagnotto, tuffatore leggendario, padre e allo stesso tempo allenatore dell’azzurra Tania. Campionessa per forza? “Veramente, all’inizio l’avevamo avviata verso sci e tennis, il gusto per l’acqua è venuto dopo. Cominciare troppo presto, a volte, porta il ragazzo a stufarsi altrettanto presto. E se è vero che nei tuffi non si può iniziare dopo gli otto anni, tutto dipende da come lo si fa. I bambini non sono polli in batteria, e questo vale per tutti gli sport. Per molti papà e mamme, i loro ragazzini sono subito campioni, e l’allenatore è una persona che non sa valorizzarli. Io mi difendo spiegando dal primo giorno che con i tuffi non si mangia”. Ma provate a dirlo alle madri e ai padri dei poveri, indifesi e comici calciatori in miniatura. Per loro sì che servirebbe il Telefono Azzurro, e non nel senso del colore della nazionale.

tratto da LaRepubblica del 03 dicembre 2010

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