La nazionale multietnica e le ragioni di Oliver Bierhoff

di Mauro Valeri

Dopo la disfatta calcistica della Nazionale ai Mondiali in Sudafrica, gli alti dirigenti della FIGC avevano dichiarato di voler porre riparo alla crisi conclamata del calcio italiano, rinnovando significativamente la Nazionale e, di conseguenza, anche i vivai. La panchina affidata a Prandelli è sembrata a molti un ottimo segnale. Anch’io ho salutato con favore questa nuova fase, soprattutto perché mi sembrava che, tra le varie novità, vi fosse la volontà di avvicinare
la realtà calcistica, rappresentata dalla Nazionale, alla realtà quotidiana, soprattutto per ciò che riguarda la sua componente “multietnica”.

In tale prospettiva, la convocazione di un giovane di seconda generazione, e peraltro anche nero, come Balotelli, e di un “nuovo italiano” come Ledesma è stata una positiva novità, ovviamente malvista e osteggiata dai razzisti (Klagenfurt docet). Tuttavia, per essere realmente la “rivoluzione” che il calcio italiano dovrebbe avere il coraggio di avviare, anche per ottenere migliori risultati sul campo, è indispensabile che all’apertura verso i cosiddetti “oriundi” o calciatori divenuti italiani per matrimonio o altro, coincida anche – e soprattutto – un’apertura verso i figli dei migranti, che ancora oggi trovano invece nella burocrazia a forte componente discriminatoria un ostacolo spesso insormontabile per avviare una carriera calcistica da professionista.

La recente convocazione in azzurro di Thiago Motta – italiano per via del nonno emigrato in Brasile da Polesella, provincia di Rovigo – ci permette di fare il punto su questa “rivoluzione” a guida Prandelli. Ed è un punto purtroppo non positivo. Nel senso che in questi mesi di “nuova gestione” della Nazionale non vi è stato alcun segno di una maggiore apertura al tesseramento dei figli dei migranti che (checché ne dica Pancalli), qualora tesserati, fanno pienamente parte dei vivai nazionali. Anzi. Sembra ormai assunto che in Italia l’unica possibilità per modificare un sistema arrugginito e discriminatorio, qual è quello del tesseramento dei figli dei migranti, è il ricorso alla via giudiziaria (come dimostra il recente caso Enis Nadarevic, nel quale la FIGC è stata portata ancora una volta in Tribunale, e ancora una volta è stata condannata per discriminazione razziale!). Ovviamente non è colpa di Prandelli, ma del “Sistema FIGC”.

Ma se la situazione rimane questa, e cioè se nei prossimi mesi si assisterà soltanto a esordi di altri “oriundi” o “nuovi italiani” a fronte di una chiusura nei confronti dei figli dei migranti, allora ha realmente ragione Bierhoff. Perché è vero che l’integrazione in Germania è diversa da quella che si ha in Italia, per il semplice motivo che, dopo tanta resistenza, da alcuni anni la Germania ha scelto di basare la concessione della cittadinanza alla nascita, non soltanto a chi ha almeno un genitore tedesco, ma anche a chiunque nasca sul suolo tedesco. E’ grazie a questa vera rivoluzione extracalcistica che si sono affermati calciatori come Ozil, o come Khedira (ai Mondiali in Sudafrica, ben 11 del 23 calciatori della Nazionale tedesca erano d’origine straniera).

Ciò non vuol dire che Ledesma e Thiago Motta non siano “degni” di giocare in Nazionale, perché, a differenza di quanto sostengono i nazionalrazzisti, è giusto che in Nazionale giochi chiunque abbia la cittadinanza italiana, a prescindere da come l’abbia acquisita (altrimenti si farebbe una pericolosa distinzione tra italiani “veri” e italiani di “serie B”).

Ma è evidente che fino a quando l’unica porta aperta è quella riservata agli oriundi, non sarà mai la “mia” Nazionale.

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