Storie di ordinario masochismo della FIGC

di Mauro Valeri

Enis Nadarevic è nato a Bihac, in Bosnia Erzegovina, nel 1987. Come tanti ragazzini, si appassiona al calcio. Poi, nel 2005, si ricongiunge con i genitori in Italia. Per vivere fa il manovale nella ditta del padre, scappato dalla guerra nei Balcani nel 2002. Ma continua a coltivare la sua passione calcistica in campetti della provincia, riuscendo a mettersi in mostra per quella sua felice propensione al gol. Nella stagione 2009/10, con la Sanvitese – la squadra di San Vito al Tagliamento in provincia di Pordenone, che milita nel campionato di serie D (cioè tra i Dilettanti) – realizza ben 30 gol che gli permettono di vincere la classifica da capocannoniere.

A questo punto, arriva la richiesta del Varese, squadra neopromossa in serie B (cioè tra i Professionisti), che lo vorrebbe tra le sue fila. Ma c’è un ostacolo non da poco. Stando alle norme della FIGC, nessuno straniero extracomunitario può giocare nel campionato cadetto, se non per casi del tutto eccezionali. Così il trasferimento viene bloccato. Enis non ci sta e, ritenendosi discriminato in base a quanto previsto dagli articoli 43 e 44 del d.lgs 25 luglio 1998, n.286 (la famosa legge “Turco-Napolitano”), si rivolge ad un pool di avvocati e denuncia la FIGC, la quale risponde, come suo solito, impostando la difesa soprattutto su due linee argomenti: quanto accade nello sport deve essere sottoposto solo alla giustizia sportiva; le limitazioni nei confronti dei calciatori degli stranieri, sono motivate dalla necessità di “tutelare i vivai nazionali”. Già in passato questa linea difensiva si era mostrata assai debole.

Non soltanto la giustizia ordinaria può (e anzi deve) occuparsi anche di questioni del mondo sportivo, specie se c’è di mezzo una presunta discriminazione nei confronti di uno straniero, ma lo sbandieramento della “tutela dei vivai nazionali” per osteggiare il tesseramento di calciatori stranieri non ha alcun senso, soprattutto perché le delibere del CONI hanno chiarito ormai da diversi anni che la tutela dei vivai sportivi non vuol dire tutelare gli atleti italiani, ma tutti coloro che sono cresciuti sportivamente nei vivai calcistici italiani a prescindere dalla loro nazionalità (e questo è anche il caso di Enis). Tutelare i vivai vuol dire quindi tutelare tutti coloro che si formano nei vivai, a prescindere dalla cittadinanza. Pensare che invece voglia dire “tutelare i calciatori italiani” è un ragionamento discriminatorio, che troppo spesso si traduce in pratica discriminatoria. Il paradosso sta semmai nel riuscire a conciliare la norma che “tutela dei vivai” con le restrizioni previste per il tesseramento e nella concreta possibilità di schierare in campo calciatori “extracomunitari”, senza cadere nella discriminazione.

Di certo, nel caso di Enis la discriminazione sussiste. Così il 2 dicembre 2010, il Tribunale di Varese (sezione prima civile) emette la sua ordinanza, con la quale: “accerta e dichiara che la FIGC ha tenuto un comportamento discriminatorio (…) rifiutando di ammettere Enis al tesseramento per la stagione calcistica 2010/2011, e ordina alla FIGC di cessare immediatamente il comportamento con effetti discriminatori”. Qualche settimana dopo, Enis fa il suo esordito con la maglia de Varese.

Da questa vicenda, come da quella di Mehdì Kabine o di Rachid Arma, si ricava però anche un’amara constatazione. L’unica possibilità per convincere la FIGC a rivedere in maniera più realistica e meno discriminatoria tutta la normativa sul tesseramento (soprattutto il primo tesseramento) sembra essere “per via giudiziaria”. Nonostante le molte promesse, infatti, non sembra che ci sia la volontà da parte delle “gerarchie calcistiche” di prendere atto del cambiamento avvenuto nella nostra società, che è una società sempre più multietnica. Lo hanno fatto importanti federazioni, come quella di basket, di pallavolo, di atletica o di pugilato. La FIGC no.

A quando la prossima sentenza?

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