Occhio a La Gazzetta


di Mauro Valeri

Da qualche mese su La Gazzetta dello Sport, soprattutto nella sezione “Lettere”, vengono pubblicate missive (e relative risposte) sul tema del rapporto tra il mondo dello sport e quella che possiamo definire l’italianità. In termini esemplificativi, si cerca di rispondere alla domanda: chi ha diritto ad indossare la maglia della nazionale? E’ un dibattito antico, almeno nel calcio, che parte dagli “oriundi” ai “nuovi cittadini”, passando per il pericoloso “vero italiano”. Stante le regole imposte dalle federazioni internazionali e nazionali, il dibattito non avrebbe granché senso: esistono delle regole ben chiare. L’interesse di quelle lettere sta invece nel loro portato culturale e politico, perché in molti – giornalisti compresi – si sentono in diritto di passare, come nulla fosse, dal concetto sportivo di “italiano”, al concetto politico di “italiano”. Un esempio per tutti: Fiona May ha potuto gareggiare (e vincere) per l’Italia anche se è italiana per matrimonio, e anche se aveva già gareggiato con la Nazionale inglese, perché ha rispettato le regole della federazione internazionale di atletica. Quindi, da un punto di vista sportivo, è “italianissima”. Ora invece, il dibattito è se altri stranieri diventati poi italiani, abbiano il diritto di indossare la maglia della Nazionale, in nome di una qualche “purezza” mai del tutto esplicitata.

A colpire sono le risposte dei giornalisti, che sembrano quasi sempre preoccuparsi solo del rischio di una sorta di invasione italiani “non veri” (e quindi un continuo riferimento a “passaporti facili”, “naturalizzazioni strumentali”, e via di questo passo). Anche al lettore che scrive lamentandosi che l’Italia è un paese chiuso, che sta “bruciando talenti”, la risposta dei giornalisti spesso non va oltre il semplice ribadire che la legge sulla concessione della cittadinanza (attenti, non le regole sportive!) è quella che è, e che lo sport deve solo adeguarsi. Un mondo arroccato su se stesso, impaurito delle trasformazioni che questo paese ha subito negli ultimi venti anni. Un recente esempio lo si ritrova su La Gazzetta dello Sport nella risposta di Fausto Narducci ad una lettera, intensa e documentata, pubblicate il 19 febbraio. Oggetto della missiva è Darya Derkach, ragazza d’origine Ucraina (è nata a Vinnitsa), ma da circa nove anni residente a Pagani (Salerno), che pochi giorni prima si era resa protagonista di una grande prestazione agli Assoluti giovanili: “ha saltato 13.56 nel triplo (2° prestazione mondiale U20 nella specialità…) e 6.45 nel lungo (migliore al mondo in stagione U20..)”. Essendo di fatto “straniera”, non può gareggiare per l’Italia, e non potrà farlo ancora per qualche anno. Con notevoli conseguenze sulla sua carriera: “ha perso i Giochi giovanili di Singapore, i mondiali allievi di Bressanone e quasi sicuramente salterà i Giochi di Londra”. All’evidente rischio, per l’Italia, di perdere un talento clamoroso, lamentato dal lettore, rispondeva Narducci, ricordando le modalità con cui si ottiene la cittadinanza italiana: 10 anni di residenza “ufficiale”, o al compimento del 18° anni di età (senza però ricordare che questo secondo “privilegio” è riservato solo a chi è nato in Italia, che non è il caso di Darya).

Non solo. Non bastano 10 anni di residenza, ma anche altri requisiti che non sappiamo se Darya possiede. Narducci ipotizza una soluzione di fatto impraticabile: “l’eleggibilità sportiva, aprendo le porte della Nazionale anche a chi non ha il passaporto, come avviene nel rugby. Sempreché non abbia vestito in precedenza altre maglie nazionali”. Ma l’atletica non è il rugby. Ad oggi il caso Darya sembra non risolvibile, così come appare non risolvibile quello delle centinaia di migliaia di giovani figli dell’immigrazione e non nati in Italia. Si può solo sperare che questi “futuri italiani” abbiano la costanza di resistere (ma siamo certi che se Darya accettasse, come suo diritto di gareggiare con l’Ucraina, in molti le urlerebbero di essere una “traditrice”!). Tutto qui? No. Perché il mondo dello sport, forse insieme a quello della scuola, se realmente considera lo sport un’attività educativa e sociale, potrebbe farsi carico realmente del problema e provare ad avanzare alcune proposte concrete, anche facendosi carico del problema della modifica dell’attuale legge sulla cittadinanza, secondo la quale, è bene ribadirlo anche per i giornalisti sportivi de La Gazzetta e dintorni, che il nostro è forse l’unico paese occidentale a mantenere la concessione della cittadinanza alla nascita legata al “diritto di sangue” e non “di suolo” (Legge 91/1992).

Si è italiani alla nascita soltanto se si ha almeno un genitore (o ascendente) italiano (per inciso: quando Mario Balotelli fu costretto a saltare Pechino perché ufficialmente ghanese, i fratelli italiani – appoggiati anche da Candido Cannavò – dichiararono di volersi fare promotori di una riformulazione della legge sulla cittadinanza, più aperta a coloro che sono nati in Italia da genitori stranieri. Di fatto, di questo loro impegno si è persa qualsiasi traccia). Dover constatare che tra i molti che stanno chiedendo la modifica della Legge 91/92 non vi siano coloro che si occupano di sport (tranne le “solite” eccezioni, come la Polisportiva San Precario), fa ben riflettere non solo sul distacco tra questo mondo e il mondo extrasportivo, ma anche sul ruolo di retroguardia che il primo si sta assumendo.

A far aumentare il sospetto che vi sia un qualche confusione sull’ “italianità” è anche un altro articolo, apparso su La Gazzetta dello Sport del 18 febbraio, a firma di Luca Garlando, e intitolato “Rino, gli inglesi e il Chiantishire”. Prendendo spunto dalle molte critiche, soprattutto da parte della stampa inglese, a seguito dello scontro tra Gattuso e Jordan nella partita di Champions League Milan-Tottenham (nelle quali a prevalere era la “solita” immagine dell’italiano mafioso), Garlando, che pure è giornalista stimabile, contrappone ai violenti calciatori d’oltremanica (Souness, Keane, Jones, Wilsgire, Carrikk), alcuni calciatori italiani che, invece, si sono distinti per correttezza proprio nei campionati inglesi, scozzesi e irlandesi: lo stesso Gattuso, Zola e, sorprendentemente, Paolo Di Canio. E’ vero che ha vinto il Premio Fair Play 1999-00. Ma non è lo stesso Paolo Di Canio che è stato squalificato in Inghilterra per undici giornate per una spinta all’arbitro Paul Allcock? Non è lo stesso Paolo Di Canio che in più occasioni ha fatto saluti romani e dichiarazioni fasciste? Non è anche questo razzismo o violenza (come lo stesso Garlando ha scritto in passato)? Nelle sue biografie Di Canio non ha esaltato i suoi gesti violenti, ma basta leggere le pagine in cui parla degli “extracomunitari” per comprendere il suo pensiero, assai lontano dal fair play.

Un gesto di fair play in campo di certo non basta ad eleggere Di Canio a buon esempio del calcio italiano da contrapporre ai “violenti” colleghi inglesi. A meno che a La Gazzetta dello Sport non stia prendendo corpo una visione dell’italianità, che potremmo definire quantomeno revisionistica.

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