Pillole di calcio migrante

 

Immigrazione. Integrazione. Culture diverse che si incontrano e, talvolta, si scontrano. Temi caldi della contemporaneità, argomenti spinosi da maneggiare con cura, possibilmente senza slogan. Che invece abbondano. E allora anche la Fifa, oltre un anno fa, ha lanciato il suo. “Football, the great integrator”. Perché nel suo piccolo il calcio, nel corso degli ultimi anni, ha saputo raccontare storie in cui, per una volta, il significato sportivo è finito in secondo piano. Si è volato più in alto, verso un obiettivo ben più importante della vittoria di una coppa o di un campionato: quello della civiltà.

Soedertaelje è una cittadina nei pressi di Stoccolma famosa per aver dato i natali al tennista Bjorn Borg e per essere il centro di una delle rivalità calcistiche più accese del paese. Con una piccola particolarità: nel 2009 le due squadre che si contendevano la promozione nell’Allsvenskan, il massimo campionato svedese, erano state fondate dallo stesso gruppo di emigrati, di etnia assiro-siriaca, che negli anni Settanta lasciarono il Medio Oriente per trasferirsi in Svezia. Un derby intra-etnico insomma, quello tra Assyriska e Syrianska, per una rivalità che affonda le proprie radici nelle divisioni all’interno della comunità, divisa tra Assiri e Siriaci. “Per noi è come giocare in nazionale”, afferma Rabi Elia, centrocampista del Syrianska. Nel recente passato però sono stati proprio i rivali dell’Assyriska a finire sotto i riflettori per essere arrivati, nel 2003, fino alla finale di Coppa di Svezia, poi persa contro l’Elfsborg. Dalla loro storia è stato tratto anche il documentario “Assyriska: a national team without a nation”. Il loro giocatore più rappresentativo, il centrocampista Kennedy Bakircioglu, gioca attualmente nel Racing Santander.

Sempre dalla Svezia arriva la storia del FBK Balkan, club che nell’estate del 2009 ha iscritto a bilancio un entrata pari a 144mila euro proveniente nientemeno che dal Barcellona. Cosa lega alla società catalana questa piccola realtà calcistica proveniente dalle periferie di Malmö e caratterizzata da squadre che, alla luce dell’elevato numero di serbi, croati, montenegrini e bosniaci presenti in rosa, assomigliano ad una Jugoslavia in miniatura? La risposta si chiama Zlatan Ibrahimovic, il cui trasferimento dall’Inter al Barcellona ha garantito il pagamento della quota “proteggi-vivai” prevista dalla FIFA al FBK Balkan, il club che per primo ha formato calcisticamente l’attuale attaccante del Milan. La cui storia rimane un perfetto esempio di come il calcio possa rappresentare non solo un’occasione di riscatto sociale per un singolo individuo, ma anche il veicolo attraverso cui regalare un’identità ad un’intera comunità. Come ha fatto proprio quel ragazzo dal carattere difficile cresciuto in un prefabbricato in Commons Vag a Rosengård, il quartiere ad alto tasso di immigrazione e bassa percentuale di occupazione ai margini di Malmö.

A volte una squadra di calcio può rivelarsi il veicolo migliore per creare un’immagine positiva di una comunità di immigrati in un paese straniero. Per informazioni rivolgersi al Türkiyemspor di Berlino, club fondato nel 1978 con il nome di Kreuzberg Gençler Birliği (Associazione Giovanile di Kreuzberg) da un gruppo di immigrati turchi originari di Izmir, Smirne in italiano, insediatisi nel quartiere di Kreuzberg. Nel corso degli anni il Türkiyemspor ha intrapreso una proficua collaborazione con la Federcalcio tedesca promuovendo campagne contro il razzismo e le discriminazioni di vario genere, e favorendo la creazione nel paese di altre società calcistiche espressione di comunità di immigrati (le Migrantenvereins). Il Türkiyemspor è anche riuscito ad ottenere una modifica del regolamento sui limiti di stranieri presenti nelle rose dei club amatoriali. La Federcalcio ha infatti accettato di equiparare i giocatori discendenti da famiglie di immigrati di lungo corso privi di cittadinanza tedesca a quelli “regolari”, a patto che i primi dimostrino di aver militato per un determinato numero di anni in società calcistiche giovanili tedesche. Fino al 2008 anche la città di Amsterdam aveva il proprio Türkiyemspor, costretto però a chiudere i battenti per debiti ammontanti a oltre 100mila euro, cifra considerevole per una società amatoriale iscritta alla Hoofdklasse, la Serie C d’Olanda. A nulla è servito l’intervento del consolato di Turchia.

Un campionato che include Galatasaray, Benfica, Inter, Palermo e Verona. Accade nella Terza Lega svizzera, il sesto livello del campionato elvetico, il cui calcio dilettantistico pullula di club fondati da immigrati. La parte del leone la fanno gli italiani. Sono almeno sei le società con il nome Italia nella ragione sociale. Lontani da casa, ma con le radici ben salde. E’ la filosofia di Carlo Notaro, presidente dell’Ac Palermo Zurigo. “Siamo nati come centro di aggregazioni per emigranti siciliani e calabresi”, spiga Notaro, “ma oggi in squadra ci sono anche keniani, spagnoli, cingalesi. Abbiamo da poco inaugurato anche una sezione giovanile, perché per l’integrazione dei giovani non esiste niente di meglio del calcio”. La storia più bizzarra però è quella dell’Fc Juventina di Wettingen, nel Canton Argovia. Fino al 1971 la società si chiamava Fc Inter in omaggio ai nerazzurri di Milano. A qualcuno però, tifoso juventino, il nome piaceva poco, ed ecco arrivare il cambio di nome. Dal momento però che tra i votanti era presente anche un simpatizzante della Fiorentina, fu necessario un compromesso: Fc Juventina. Un’altra Juventus, nata nella “Little Italy” di Zurigo, riuscì invece ad arrivare, dopo una fusione con un altro club locale, gli Young Fellows, fino alla serie cadetta elvetica; assolutamente esilarante fu una trasferta a Chiasso in cui i supporter locali furono apostrofati con un “terroni” da un autoctono zurighese-napoletano tifoso dell’YF Juventus.

Sita alle soglie della Lapponia finlandese, la città di Oulu è considerata la “Silicon Valley del Nord”, in quanto costituisce uno dei più avanzati centri di sviluppo, produzione e ricerca (nel campo delle telecomunicazioni, dell’elettronica, della biomedicina e della biotecnologia) di tutta Europa. Nel giro di una decina di anni sono stati creati migliaia di posti di lavoro. E’ stata questa la ragione che ha spinto Hicham Rochdi, oggi 41enne, a lasciare Marrakesh e muovere in Ostrobotnia. Dove la sua passione per il calcio lo ha portato a fondare, nel 2007, il Football Club International Oulu, squadra multiculturale che raccoglie immigrati iracheni, marocchini, somali, eritrei, ma anche un italiano. Dopo otto mesi di attesa legati a pratiche burocratiche per la registrazione della nuova società sportiva, la prima stagione in campo del Fc International Oulu si è subito chiusa con una promozione dal “Piiri Litto”, la sesta divisione finlandese. Rochdi è ambizioso. “Non ci interessa essere l’unico club finlandese totalmente composto da stranieri, ci interessa vincere. Possiamo arrivare sino alle soglie del professionismo, che in Finlandia equivale al Ykkonen, la seconda divisione. E per caricarci ci alleniamo al ritmo della musica”. Immigrant Song dei Led Zeppelin pare sia la canzone più gettonata.

fonte: Guerrin Sportivo



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3 commenti

  1. Bellissimo articolo su di una realtà calcistica spesso ignorata.

  2. Fantastici! E ottima scelta musicale 😉

  3. E’ vero: il calcio, così come gli sport in generale, sono realtà che favoriscono tantissimo l’integrazione!


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