Il San Precario va in carcere

di Stefano Fierli

Tra coloro che conoscono questa polisportiva solo per nome, ci saranno alcuni che leggendo il titolo penseranno cose del tipo: “Era ora! Magari! Non poteva che finire così!”. Scorrendo queste righe, costoro si sorprenderebbero a scoprire che più o meno anche noi la pensiamo nello stesso modo, con la sola differenza che noi ci auguriamo che non sia finita, ma anzi che sia solo l’inizio.

Il mondo è pieno di equivoci, ma se non si spiegano in fretta possono diventare noiosi e incomprensibili. E allora spieghiamolo.
Sabato sedici aprile c’è stato l’esordio della squadra di calcio a 11 del San Precario al carcere Due Palazzi di Padova. Ci auguriamo che sia un esordio perché sarebbe molto bello dare continuità a questo progetto, riuscendo a disputare più partite, ma purtroppo non dipenderà soltanto da noi, né tanto meno dai ragazzi che abbiamo affrontato nella partita. Altro equivoco quello di chiamare con un generico ragazzi chi si trova in condizioni svantaggiate, quando in realtà i nostri avversari erano privi delle due caratteristiche fondamentali per dei ragazzi: l’età, ma soprattutto l’assenza di futuro. Perché la partita si è svolta con quelli che sono appartenenti all’ala del carcere di massima sicurezza, quelli che non escono, perché se anche dopo venti anni qualcuno dovesse tornare libero lo farebbe soltanto con il corpo.Difficile non cadere nell’equivoco anche per me, scrivendo, passando dal tono quasi scanzonato dell’inizio alle righe molto più cupe del seguito. Ma entrando lì dentro, con i miei compagni di squadra, senti che non puoi avere delle emozioni chiare, nette e univoche. Fai la battuta, sfrutti le immagini “morbide” di qualche film sul calcio e il carcere che tutti conoscono, pensi e cammini, ascolti e guardi. Ma per persone che vivono fuori, camminare sette, otto minuti per raggiungere dallo spogliatoio il campo da calcio, accompagnati da due secondini, mentre i cancelli si aprono quando passi e si chiudono subito dietro, non lascia indifferenti. Anche perché, quando il campo ti si spalanca di fronte, vedi l’erba, il fondo sconnesso, l’assenza di righe intorno al terreno di gioco, le reti penzolanti, i palloni peggio di quelli nostri (il che è tutto dire) e ti vengono in mente i campetti per i ragazzini, quelli incustoditi in mezzo a un quartiere, che sono sempre meno, ma che ancora esistono e sono quelli dove tutti sono lì solo per amore del calcio e, parafrasando Soriano, direi anche della felicità.

Ma poi alzi lo sguardo e pensi che per fortuna, ancora quei campi di quartiere non sono recintati da mura alte dieci metri, e sono privi soprattutto di qualcuno che ti osserva dall’alto di una torretta con un mitra in mano.

Comincia la partita, loro sono meno allenati, più in là con l’età, ma più abituati a giocare un sabato mattina alle otto. Andiamo in vantaggio fortuitamente, poi raddoppiamo, loro segnano e rimangono attaccati al treno. Facciamo il tre a uno e con il primo tempo sembra finita la partita. Ma nel secondo tempo le cose cambiano, noi sbandiamo, loro fanno il due, il tre, il quattro e il cinque.

Noi sbagliamo anche un rigore. Ma alla fine riapriamo la partita e a tre minuti dal fischio finale pareggiamo. Cinque a cinque è il risultato finale. Questa la cronaca di una partita che non conta niente, ma che in realtà conta molto, perché a guardarli loro sono davvero felici. Non tanto per il risultato, per i gol, ma perché con la testa io credo che siano usciti da lì per un’ora e mezza. Forse
è un luogo comune, o una banale idea, però quando finisce la partita, e ci offrono il terzo tempo, sentendoli raccontare, forse qualcosa si è smosso davvero. E c’è il loro allenatore, che ci racconta di come tempo addietro fossero riusciti a fare una squadra che giocava in seconda categoria, e che dopo un anno di partite all’interno del carcere, il progetto era andato avanti e si erano organizzate anche delle partite all’esterno, ma poi il direttore era stato cambiato velocemente e tutto era svanito nel nulla.

Questa volta non per un equivoco, ma per l’ennesimo mistero (per usare un eufemismo) all’italiana, se una cosa funziona a livello istituzionale, di sicuro nel giro di poco viene eliminata. La festa finisce, perché alla fine sembra davvero quella l’atmosfera, sarà il sole, sarà l’ottima focaccia che ci hanno offerto, ma il tempo a disposizione è terminato e si ricomincia il percorso inverso verso lo spogliatoio, con i cancelli che si aprono e si chiudono e i secondini davanti e dietro. Noi usciamo e loro rimangono lì, e per molti di noi, dopo le chiacchiere da bar di un secondo prima, ricominciano ad affollarsi in testa quei pensieri e quelle battute che tanto cozzano tra di loro.

Ringraziamo il professore Paolo e Lara, che ci hanno permesso di vivere questa esperienza, ci diciamo alla prossima e tra di noi ci diamo appuntamento per il prossimo allenamento del martedì.

Ognuno recupera il suo mezzo e torna a casa. Nella testa dei miei compagni non ci sono e quindi non so quali siano le emozioni che si sono sedimentate in loro, ed è forse difficile dopo due giorni avere chiaro in testa cosa davvero si pensa di una giornata del genere. Quello che è certo è che come polisportiva, ci portiamo a casa un qualcosa di cui tutti dovrebbero andare orgogliosi, ricevendone la forza per continuare, infatti di quel calcio diverso che tanto viene rimpianto nei discorsi da salotto televisivo, di quello di cui tanto si parla, a volte con un certo semplicismo, dai campi parrocchiali a quelli dei professionisti, noi siamo riusciti anche a praticarlo.

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