Offiside

Iran, 2005. Una folla di tifosi si riversa allo stadio per assistere alla partita di qualificazione dei mondiali. Tra questi anche alcune ragazze, vestite con abiti maschili per mimetizzarsi tra la folla ed entrare allo stadio, il cui accesso è vietato alle donne iraniane. Ma la vigilanza è stretta e alcune di loro vengono arrestate.

È possibile fare una commedia che abbia per protagoniste un gruppetto di ragazze iraniane? A primo acchito la risposta sembrerebbe essere negativa, non solo a causa della violenza con cui sono state messe a tacere le ultime rivolte politiche in Iran, portate avanti principalmente dai giovani, tra cui molte donne, ma anche perché ormai, nell’immaginario collettivo occidentale, pensare alla donna araba significa associarvi l’icona di una creatura sottomessa, nel corpo così come nello spirito, a una cultura ancora fortemente patriarcale. L’Iran di oggi non sembra un luogo adatto ad ambientarvi una commedia né la donna araba appare personaggio che possa farci sorridere; tutt’al più, da occidentali fortunati e fortunate, possiamo provare pietà più o meno sincera nei loro confronti.

Per questo motivo l’ultimo film di Jafar Panahis piazza letteralmente lo spettatore. Il regista iraniano, infatti, non solo ricorre alla commedia per raccontare l’Iran contemporaneo, ma concentra la sua attenzione su di un gruppetto di ragazze niente affatto sottomesse. Le giovani donne protagoniste di Offside, infatti, pur nella diversità dei loro caratteri, sono coraggiose e tenaci, accomunate dalla grande passione per il calcio (un gioco da uomini, e non solo in Iran) e dal desiderio di vedere, come tutti gli altri tifosi, la partita di qualificazione ai mondiali. Per raggiungere il loro scopo, non esitano a celare le loro forme in larghi camicioni e buffi cappelli, non esitano a rischiare i controlli, spesso con la complicità di altri tifosi. Che sia il bagarino che accetta di vendere il biglietto a una delle cinque protagoniste, o un signore anziano con cui un’altra riesce a superare i primi controlli, o due ragazzi che, pur accorgendosi di una donna nel pullman dei tifosi, accettano di non fare la spia; anche gli uomini, soprattutto giovani, sembrano consapevoli dell’assurdità delle leggi a cui sono sottoposte le donne iraniane. Questo è uno degli elementi più significativi in Offside, perché la complicità maschile nei confronti di queste cinque ragazze è simbolo di una generazione nuova, che inizia a trovare inspiegabili certe regole e a desiderare che possano cambiare. Una generazione che ha fatto un passo in avanti rispetto a quella a cui appartengono i poliziotti che hanno in custodia le ragazze lungo tutta la durata della partita: questi, infatti, pur non approvando il comportamento di queste donne, al tempo stesso non sanno giustificare perché sia male che una donna vada allo stadio e sieda accanto ad un altro uomo. Quando uno dei poliziotti tenta di trovare una giustificazione (le donne iraniane non possono andare allo stadio perché sentirebbero il turpiloquio dei tifosi maschi) è impossibile trattenere il riso, così come un effetto decisamente comico hanno tutti i disperati tentativi di questi poveri tutori dell’ordine nel cercare di mantenere le ragazze chiuse nella monade della tradizione. Ad essere decisamente contro le ragazze sono gli anziani, qui rappresentati dal padre di una delle tifose imboscate, che con violenza vorrebbe punire quello che per lui è un oltraggio. Il vecchio padre, con la sua intransigenza, è simbolo del vecchio Iran; l’Iran delle leggi assurde e ridicole che sopravvive solo attraverso la forza e che prima o poi dovrà morire. Perché non si possono mettere a tacere i fermenti del cambiamento.

Oltre a questa contrapposizione dialettica tra tre diverse generazioni, a ricoprire un ruolo fortemente simbolico in Offside è anche quella tra spazi: lo spazio apparentemente aperto del campo di calcio (in realtà mai inquadrato e, soprattutto, reso chiuso da regole senza senso), rispetto agli spazi ristretti (la piccola zona recintata, l’autobus) in cui sono costrette le cinque protagoniste. In realtà, il vero spazio aperto non è il prato verde dove corrono i giocatori, ma il quadrato di cemento dove le ragazze tentano di carpire brandelli di partita e dove, innanzi agli occhi dei soldati, la nuova generazione iraniana inneggia non solo alla sua squadra, ma anche e soprattutto al suo futuro. Con Offside, Jafar Panahi è dunque andato oltre il desiderio di parlare della condizione femminile iraniana (limitare il film a questo significherebbe, infatti, non coglierne tutto il significato) e ha sfidato gli stessi spettatori occidentali ad andare oltre i luoghi comuni sul suo paese. Attraverso il linguaggio della commedia, infatti, il regista mostra un intero paese che sta cambiando e mostra un regime vergognosamente ridicolo, che può bloccare con la forza la giovane generazione iraniana ma non può fermarne il grido di speranza.

Il film ha vinto l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino del 2006. Malgrado ciò, ne è stata proibita la diffusione in Iran, come per gli altri film del regista. Arrestato in occasione dei moti di protesta contro il regime iraniano, Panahi è stato condannato a sei anni di reclusione, gli è stato proibito di scrivere e produrre film, viaggiare e lasciare il paese per vent’anni. In suo favore si è mobilitata tutta la comunità artistica e intellettuale internazionale. Offside, uscito in tutto il resto del mondo tra il 2006 e il 2007, arriva infine nei cinema italiani con cinque anni di ritardo.

Tratto da http://www.hideout.it

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