Deliri francesi


di Mauro Valeri

Da sempre lo sport – e il calcio in particolare, laddove è tra gli sport nazionali – ha un rapporto circolare con i pregiudizi razzisti: da una parte risente di quelli diffusi nella società, dall’altra contribuisce ad alimentarli. Questo presupposto ci aiuta a comprendere cosa stia accadendo in questi giorni in Francia.

Tutto ha avuto inizio con la notizia, anticipata da un sito internet, che la Federcalcio francese avrebbe intenzione di inserire quote “razziali” nel mondo del calcio, con l’obiettivo di limitare l’accesso a “neri” e “arabi”. Per chi conosce la storia del calcio sa che queste “quote” sono sempre esistite, e continuano ad esistere, soprattutto laddove gruppi minoritari dimostrano buone capacità sul campo. Ma questa è forse la prima volta che, negli ultimi cinquant’anni, le quote “razziali” vengano teorizzate. La Francia multietnica vincitrice dei Mondiali 1998 sembra davvero lontana. E lo è proprio perché ora la Nazionale francese non sta ottenendo buoni risultati. A chi dare la colpa? Ai “troppi neri e arabi” in squadra. E’ una regola dello sport, come delle società razziste: quando le cose vanno male, si cerca sempre di dare la colpa a qualcuno dei gruppi minoritari. Se tutto questo accade, però, al di là di dimissioni e smentite, è anche perché in Francia, negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio sdoganamento del concetto di “razza”, utilizzato spregiudicatamente da molti (politici e giornalisti in primis) come chiave di lettura per dividere l’umanità. Alle accuse di un rigurgito razzista, i nuovi razzisti rispondono che a loro poco importa di distinguere le razze in base alla diade superiore/inferiore, ma che è bene che ognuno stia a casa propria.

Quello che in molti definiscono il razzismo differenzialista. Ai calciatori (così come ai cittadini) d’origine straniera viene anche attribuita una scarsa fedeltà alla Francia: si dice che molti calciatori sarebbero pronti a indossare la maglia della Nazionale del paese d’origine dei propri genitori. Ne consegue che sarebbe sbagliato investire in questi potenziali “traditori” (qualcosa di simile era capitato si nostri oriundi). C’è anche un altro obiettivo. Poiché per molte minoranze, il calcio ha rappresentato un vero mezzo per ottenere riconoscimenti concreti anche nella vita quotidiana (basta pensare la cosiddetta rivoluzione nera), bisogna evitare che questo avvenga ancora, sia impedendo effettivamente di far giocare “neri” e “arabi”, sia riducendo potenziali modelli positivi.

In Italia la situazione è meno grave ma forse più paradossale. Dopo la brutta figura rimediata ai Mondiali 2010 dalla Nazionale, era stato annunciato che si sarebbe aperto ai “nuovi cittadini”: i già utilizzati oriundi e qualche giocatore di seconda generazione. Ma il tesseramento (e non solo) è rimasto legato ad un sistema di “quote” che rende la vita calcistica particolarmente difficile per i figli dei migranti.

Ultimamente ho sentito anche qualcuno teorizzarlo: nelle squadre italiane debbono giocare solo calciatori italiani. Per il momento, nessuno ha apertamente sostenuto la necessità di introdurre quote “razziali”, ma soltanto perché di fatto esistono già.

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