Sarnano 1944: fuga per la vittoria

Entrano proseguendo d’un fiato la corsa giù dai boschi, per una porticina. E sono in campo, in undici. Pronti, maglie e braghe corte. Le scarpe, invece, quelle sono da montagna. Partigiani, fuggiaschi scesi fin dentro il paese dalla montagna sicura.
Il pallone è già lì. Gli avversari pure. Sono tedeschi, occupanti, nazisti. Sui quattro angoli, stesi accanto alle bandierine, altri soldati, con i fucili in braccio. Poi l’arbitro fischia, si gioca. Sarnano, 1 aprile 1944.
Una storia dimenticata, una piccola storia di quei giorni grandi, in cui l’Italia resisteva e immaginava la nuova libertà. La storia di una partita di calcio che diventa metafora di coraggio,
lealtà, riscatto. Ma anche di terrore, sopruso, dominio.
C’è la guerra, ci sono i partigiani e gli occupanti nazisti, le imboscate alle pattuglie tedesche, le ritorsioni. A marzo 3 nazisti vengono ammazzati, i militari aprono la caccia a Decio Filipponi, capo della banda partigiana di Piobbico.
Iniziano anche le minacce di rastrellamentiin paese. Alla fine lo prendono. E l’impiccano nella piazza di Sarnano.
Ma dal rapporto vivo tra carnefici e vittime nascono anche frutti all’apparenza sfuggenti.
Come una partita di calcio tra nazisti e partigiani. Il sergente che controlla il paese la vuole a tutti i costi. E convoca Mario Maurelli, arbitro di serie A che ha diretto anche in Germania.
È lui che deve organizzare, insieme a Mimmo, il fratello che farà da collegamento con i clandestini. Altrimenti, la minaccia del sergente, ci saranno altri morti. In cambio, a chi si presenta verrà risparmiata la deportazione. Iniziano le trattative.
E alla fine, quel 1 aprile, al campo sportivo i partigiani e i fuggiaschi ci sono davvero.
Si inizia. I tedeschi con il pallone tra i piedi sono crucchi, e i partigiani segnano con il centravanti Grattini. Ma si esulta poco, anzi qualcuno si preoccupa.
Arriva l’intervallo, e negli spogliatoi si parlotta: «Qui bisogna farli pareggiare, altrimenti rischiamo grosso… ». Si ricomincia.
Mimmo commette fallo su un tedesco, quello reagisce, salomonico Mauro manda fuori tutti e due. Solo che Mimmo sbraita, l’altro saluta con l’attenti. Si chiama Kobler, morirà un mese dopo in un’imboscata. La partita prosegue, mancano 5 minuti. Ci pensa Libero, che quel giorno gioca terzino destro: «Un tedesco viene verso di me, io faccio finta di scivolare e lo lascio solo davanti al portiere, così pareggia». Nessuno protesta, perché adesso la partita è vinta. Poi l’arbitro fischia, finita. Mimmo e
Libero non si guardano nemmeno intorno, continuano a correre, più forte, di nuovo su verso la montagna.
S’erano giocati a pallone un pezzo di libertà.

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