Fascisti d’esportazione

di Mauro Valeri

Qualche settimana fa, su questo sito, avevamo evidenziato una preoccupazione. In un articolo apparso su La Gazzetta dello Sport, Paolo Di Canio veniva inserito in una lista di calciatori italiani che si erano fatti apprezzare in Inghilterra. Nel suo caso, il merito principale sarebbe stato soprattutto il bel gesto di fair play che il calciatore romano aveva fatto in occasione di una partita del 2000, ricevendo un premio e le congratulazioni addirittura da Blatter. La preoccupazione era che sembrava bizzarro che quel gesto di dieci anni fa avesse potuto far dimenticare agli amici de La Gazzetta dello Sport che, qualche anno prima, lo stesso Di Canio si era reso responsabile di uno dei gesti più puniti nel calcio inglese: undici giornate per aver spinto l’arbitro Allcock nel corso di una partita.

E che quel gesto di fair play era diventato una sorta di mantra che commentatori sportivi italiani avevano continuato a ripetere anche quando Di Canio ha annunciato al mondo di essere un fiero fascista, tanto da proporsi in numerosi saluti romani e promettere una vera e propria battaglia legale per farli riconoscere come se si trattasse di un semplice gesto dell’antica Roma (ma neanche Thuram ha creduto a questa bizzarra e furbesca versione). Di Canio ha ribadito poi la sua posizione, oltre che in imbarazzanti tatuaggi, anche in autobiografie (ben due!) ed interviste (curiosamente, in Italia non hanno mai destato molto stupore, invece, appena le ha fatte in Germania, si è scatenato un putiferio), dichiarandosi sempre di essere un fascista, ma non un razzista (ma per la normativa italiana, sportiva e non, e per chi ha studiato un minimo di storia sa che sono praticamente la stessa cosa).

In Italia però questa presa di posizione politica sembra essere una quisquiglia, una bazzecola, tanto che, finita la carriera sul campo, Di Canio è diventato un opinionista e commentatore sportivo piuttosto ricercato e ben pagato su tutte le reti televisive. Anche in questa veste, quando ha potuto, ha continuato a farsi promotore delle sue idee (come quando, nel corso di una trasmissione sportiva, ha voluto commemorare la morte di Paolo Signorelli, storico leader dell’estrema destra).

Anche quando è stato indicato come il nuovo allenatore dello Swidon Town, squadra inglese appena retrocessa in League Two (quarta divisione), La Gazzetta dello Sport ha commentato la notizia assegnandogli un discreto spazio e facendo il solito “santino”: “Di Canio è diventato famoso in Inghilterra anche per un gesto di correttezza che gli è valso il premio Fair Play della Fifa…”. Silenzio assoluto sulle altre vicende. Ma in Inghilterra – a differenza dell’Italia – il gesto di fair play di oltre dieci anni fa non basta a far mandar giù le dichiarazioni fasciste di Di Canio. Uno degli sponsor, il Gmb Union (un sindacato di lavoratori), ha già deciso di interrompere i finanziamenti al club con una motivazione chiara: “Non possiamo accettare di sponsorizzare una squadra che ha in panchina un allenatore fascista”. In Italia i benpensanti si sono affrettati a dire che si tratta di uno sponsor minore, dato che versa ogni anno “solo” 4.000 sterline. In realtà, non è semplicemente un problema economico. E’ un problema politico, anche perché il Gmb Union è forte di 600.000 tesserati, tanto che altri sponsor stanno pensando di seguire la scelta del sindacato e la panchina del romano è già in discussione. Se salterà sarà un segnale importante, ma forse solo all’estero, perché a noi toccherà ancora sorbirlo in televisione.

Verrebbe quasi da chiedere al sindacato inglese di ripensare alla sua scelta…

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