RUGBY, L’ITALIA DEGLI STRANIERI CHE PIACE A TUTTI


di Elvis Lucchese

VILLABASSA (Bolzano) – Da domenica scorsa la Nazionale di rugby si trova a Villabassa, nel comfort climatico dei 1130 metri d’altitudine, per prepararsi in vista dei Mondiali in programma dal 9 settembre in Nuova Zelanda. Il sogno del gruppo allenato dal sudafricano Nick Mallett è quello di conquistare il passaggio del turno ed entrare così fra le prime otto del pianeta ovale, traguardo già sfiorato (soprattutto a Francia 2007) ma mai raggiunto in sei partecipazioni alla World Cup. Insediandosi nella località presso Dobbiaco, dove resteranno per tutto il mese di luglio, gli azzurri intanto hanno già involontariamente infranto un piccolo ma significativo tabù. «In Alto Adige, e tanto più in Pusteria dove la stragrande maggioranza della popolazione è di lingua tedesca, non era mai stata ospitata una Nazionale italiana», spiega Walter Boaretto, segretario comunale di Villabassa, che ha fortemente voluto il raduno, «naturalmente abbiamo visto allenarsi qui squadre azzurre degli sport invernali, composte però di atleti delle nostre parti, e da sempre ospitiamo in estate importanti club di calcio. Avere in Pusteria una Nazionale è invece certamente una novità, che forse qualche anno fa non sarebbe stata possibile». I tempi del terrorismo anti-italiano sono passati da un pezzo, ma la questione altoatesina resta sempre piuttosto sentita in queste vallate. L’hanno dimostrato le divisioni a Bolzano in occasione delle celebrazioni per il Centocinquantesimo dell’Unità lo scorso marzo, mentre proprio in questi giorni la “pasionaria” Eva Klotz, del partito Südtiroler Freiheit, è stata multata per un manifesto raffigurante una scopa che spazza via il tricolore. Gli abitanti di madrelingua tedesca sono il 93% dei 1.500 di Villabassa, o meglio Niederdorf. Nelle vicine e più grandi Dobbiaco e Brunico la composizione sociale è simile, comunque con gli “italiani” attorno al 10-15% (c’è anche un piccolo gruppo di madrelingua ladina). Il raduno dell’Italrugby è reso possibile dal contributo della Provincia autonoma di Bolzano, oltre che da alcuni sponsor locali: tutti – istituzioni e aziende – convinti del positivo ritorno d’immagine garantito da uno sport in pieno boom mediatico, tanto che sono in corso trattative per assicurarsi la presenza degli azzurri anche nelle prossime estati. Peccato per il turismo locale che la squadra lasci il raduno nel weekend, una scelta dello staff volta ad alleggerire la pressione psicologica sugli atleti, già sottoposti ad una massacrante preparazione fisica. «Non poteva essere che il rugby, con i suoi valori positivi, ad aprire questa strada in Alto Adige», sottolinea Boaretto, appassionatissimo di uno sport pressochè sconosciuto nella regione culla dell’hockey su ghiaccio. La coincidenza singolare è che quella della palla ovale è in effetti una Nazionale molto… internazionale, in cui le definizioni di “italiano” e “straniero” hanno da tempo perso rigidità. Dei 36 giocatori convocati da Mallett per il raduno, 14 sono nati all’estero. Sei in Argentina, fra i quali il capitano Sergio Parisse, figlio di un rugbista aquilano ma fino ai 18 anni cresciuto – anche sportivamente – a La Plata; poi sudafricani, australiani, perfine un canadese e un fijiano, Ratu Manoa Seru Vosawai che a Treviso chiamano “Stefano” e che è il primo atleta di colore nella Nazionale della palla ovale. Ci si guadagna una chance in maglia azzurra grazie ad un nonno emigrato oppure perchè “equiparati”, cioè in virtù della residenza nel campionato nazionale per tre stagioni (così fan tutti: con i Mondiali alle porte, anche la potente Inghilterra convoca oggi stranieri con disinvoltura). Che questa Nazionale multietnica piaccia così tanto e a tutti – pur perdendo quasi sempre – è un bel segnale per l’Italia di domani.

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