Quando è inutile anche correre più veloce di tutti.

di Mauro Valeri

Che lo sport italiano sia ormai alla frutta non è più neanche una novità. L’ultimo scandalo, da un punto di vista soltanto temporale, riguarda la Federazione di atletica, la quale pochi giorni fa si è “semplicemente” dimenticata di inoltrare in tempo utile alla Federazione internazionale i documenti necessari per iscrivere il primatista italiano dei 110 ostacoli ai Campionati Europei Juniores (che si terranno a Tallin dal 21 al 24 luglio prossimo). Quel 13”76, ottenuto a Bressanone a metà giugno, era valso anche il titolo italiano della categoria.

Chi pratica sport o chi ne è un appassionato, sa bene che per un atleta questa dimenticanza rappresenta una ferita profonda, difficile da rimarginare, perché compromette mesi e mesi di allenamenti, di speranze passate ma anche future (e infatti, il ragazzo ha risposto no alla proposta riparatrice della Federazione italiana di far comunque parte della spedizione italiana). Anche perché agli Europei il campione italiano avrebbe avuto ottime possibilità di salire sul podio. Le scuse del presidente della Fidal, pur se dovute, non appaiono sufficienti, tanto che la società per la quale corre il ragazzo, cioè l’Atletica Bergamo 59, ha deciso di chiedere un rimborso per i danni morali e materiali per quanto accaduto.

Il punto è: di semplice dimenticanza si è trattato? I dubbi sono molti. Il ragazzo in questione è infatti Hassane Fofana, nato a Gravardo (Brescia) nell’aprile del 1992, da genitori d’origine ivoriana giunti in Italia nel ‘90. E’ quindi uno dei sempre più numerosi black italians, che qualcuno continua a non voler accettare. Nella interpretazione più benevola, quanto accaduto è da attribuire alla convinzione di qualcuno in Fidal che Fofana fosse ancora straniero. Tant’è che il documento non inviato è stato proprio quello dell’avvenuta cittadinanza, che Fofana ha ottenuto alla fine del 2010 e che l’Atletica Bergamo 59 ne aveva consegnato copia alla Federazione già a dicembre.

Non solo. Che Fofana è un italiano a tutti gli effetti, anche sportivi, lo sapevano tutti, visto che a marzo aveva indossato la sua prima maglia della Nazionale italiana. Fa così capolino un’interpretazione più malevola: a rendere Fofana “poco italiano” è il suo colore scuro della pelle e anche il suo nome e cognome. Insomma, il ragazzo bresciano sarebbe stato vittima di quegli stessi pregiudizi negativi che ancora oggi rendono difficile per un “nero italiano” di trovare un appartamento in affitto, un lavoro o di non essere vittima di bullismo. La Federazione di atletica si difende sostenendo che solo di grave distrazione si tratta e non di discriminazione, portando come prova il consistente numero di atleti black italians che gareggiano in numerose competizioni internazionali con la maglia azzurra. Certo è che tutto ciò non sarebbe accaduto se in Italia l’acquisizione della cittadinanza alla nascita fosse per diritto di suolo: in questo caso, essendo nato in Italia, Fofana sarebbe stato italiano sin da quando è venuto al mondo. Invece lo è diventato solo al compimento dei 18 anni. Il caso Fofana non è purtroppo un caso isolato nello sport.

Sono centinaia di migliaia i ragazzi e le ragazze che, pur essendo nati e nate in Italia, vedono la loro carriera sportiva impedita da norme che lo sport non ha alcuna intenzione di reinterpretare o rimuovere. Ancora una volta lo sport dimostra di essere assolutamente indietro rispetto alle trasformazioni a cui è andato incontro il nostro paese. Anzi. Ne rappresenta ormai una sorta di zavorra. La discriminazione in ambito sportivo è ormai un tema che dovrebbe essere affrontato con più coraggio, lasciando ad altri quell’atteggiamento spocchioso di chi ritiene lo sport professionistico una delle tante espressioni dell’ “oppio dei popoli”.

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