Il calciatore suicidato

di Andrea Scanzi

Una delle più meritorie pubblicazioni di letteratura sportiva si intitola Il calciatore suicidato (Kaos Edizioni, 2001). Scritta da Carlo Petrini, è un’inchiesta giornalista che ripercorre la vita di Donato “Denis” Bergamini. Era un centrocampista del Cosenza. Fu trovato morto il 18 novembre 1989, al chilometro 401 della Statale Jonica, all’altezza di Roseto Capo Spulico. Aveva 27 anni.

L’inchiesta, orrendamente frettolosa e raffazzonata, parlò di suicidio. Ora la Procura di Castrovillari ha riaperto il caso, dopo il lavoro dell’avvocato Eugenio Gallerani, legale della famiglia Bergamini. Secondo la versione ufficiale, Bergamini si sarebbe gettato incontro a un tir dopo aver parlato per più di un’ora con la ex fidanzata in una piazzola di sosta, a bordo della sua Maserati spider. La ricognizione del brigadiere era piena di errori. Sbagliata l’ora del decesso, sbagliata la planimetria del luogo. Contraddittorie le testimonianze raccolte, la grammatica (il guard-rail diventa “guard-rally”), i rilevamenti.

Tutto o quasi. Secondo il fantasioso (diciamo così) brigadiere, oggi deceduto, Bergamini sarebbe stato investito e trascinato per 59 metri. Se fosse andata così, del suo corpo non sarebbe rimasto quasi nulla. Invece le scarpe di camoscio erano ancora allacciate e intatte, il viso immacolato a parte un piccolo ematoma sulla tempia sinistra. Nessuna frattura. Il brigadiere sbagliò anche collocazione della Maserati, posizionandola – nello stesso verbale – in luoghi diversi.

Già la prima consulenza e poi l’autopsia rivelarono come l’investimento non poteva avere avuto luogo. Segni e ferite sull’addome erano compatibili con un solo scenario: Bergamini, nel momento in cui il pneumatico anteriore del camion gli passò sopra, non era in piedi ma disteso. Forse era tramortito, forse già morto: ipotesi ritenute plausibili. Il suo corpo venne trovato in posizione prona, ma al momento dell’impatto era verosimilmente supino. Perché?

I segni delle ruote sull’addome potevano servire per celare ferite da arma bianca, ad esempio la lama di un coltello? La ex fidanzata che intraprese una relazione con Bergamini quando era minorenne e che venne lasciata da Denis (nella tarda primavera dell’89) raccontò in un primo momento che Bergamini scese dall’auto, provò a fare l’autostop e quindi si gettò incontro a un tir che passava.

Prima di farlo, gridò: “Ti lascio il mio cuore ma non il mio corpo!”. Tre chilometri e duecento metri prima del punto in cui trovò la morte, il calciatore fu fermato a un posto di blocco improvvisato. A chiedergli i documenti, senza peraltro registrarli, fu lo stesso brigadiere che poi redasse i verbali irricevibili sul suo decesso. Bergamini non aveva nessuna intenzione di suicidarsi. La sera prima di morire era passato a casa di amici per prendere la pappa reale che gli avevano consigliato come ricostituente.

La domenica successiva si giocava Cosenza-Messina e rilasciò un’intervista – pubblicata il giorno della morte – in cui prometteva battaglia. Aveva già comprato i biglietti di Natale per i suoi familiari di Boccaleone, frazione di Argenta nel ferrarese. Il mattino del suo ultimo giorno incontrò un’amica, mostrandole con orgoglio l’assegno di quasi 10 milioni che aveva appena ricevuto dal Cosenza. Era un ragazzo fortunato e felice. Al tempo stesso, negli ultimi giorni aveva percepito che “qualcuno a Cosenza mi vuole male”, come rivelò alla sua nuova fidanzata romagnola.

Era il 16 novembre, due sere prima di morire. La ragazza trovò come Denis avesse una voce strana. La relazione burrascosa con l’ex compagna aveva dato scandalo: “Qui siamo in Meridione, non al nord”. Dopo la morte di Denis, la ragazza scrisse alla famiglia Bergamini. Il figlio non aveva detto nulla della loro relazione, voleva fare una sorpresa: presentare al mondo la futura sposa. I Bergamini la esortarono a deporre presso la Procura di Castrovillari. Lo fece. Non successe nulla.

Nella sua ultima estate, la vita di Bergamini registrò tre cambiamenti. Cominciò a vivere con il compagno di squadra Michele Padovano. Lasciò la ragazza con cui stava da circa tre anni. E acquistò una Maserati la cui proprietà effettiva era da individuare in Antonio Paese, un pregiudicato morto ammazzato due anni dopo. Secondo Petrini, la Maserati aveva doppi fondi che servivano per trasportare droga (“torroncini”) durante le trasferte di Bergamini: Denis a volte non viaggiava con la squadra, ma con la sua auto. Prima della Maserati, possedeva una Mercedes. Le prestava spesso ad amici. Forse aveva scoperto di essere usato a sua insaputa per traffico di stupefacenti.

di Andrea Scansi

L’altra tesi dominante, accanto – o insieme? – al delitto d’onore. Donato Bergamini trascorre l’ultimo giorno in ritiro all’Hotel Agip di Rende con la squadra. E’ sereno. Alle 15.30, in camera, riceve una telefonata misteriosa. C’è anche Padovano, che racconterà come dopo quel breve dialogo Bergamini parve trasfigurato. Padovano, attualmente sotto accusa per spaccio di stupefacenti a Torino, ha chiamato il suo primo figlio “Denis”.

Bergamini seguì gli amici al cinema Garden di Rende, come al solito, ma con la scusa di andare in bagno abbandonò – unica volta nella sua vita – il ritiro. Aveva un appuntamento là fuori, magari con l’interlocutore della telefonata misteriosa? Salì nella Maserati. Forse per un incontro successivo, forse per scappare. Lo trovarono, morto ammazzato, a più di cento chilometri dalla sede del ritiro.

tratto dal Fatto Quotidiano

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