I clienti del fallimento

di Jacob Foggia

Uno spettacolo che invece di sollazzare gli astanti, di svuotargli la testa dai pensieri pesanti, li costringe alla noia, al diversivo attendista, è uno spettacolo fallimentare. Uno spettacolo che è diventato auto-referenziale, disinteressato alle sorti della parabola, al lancio del satellite progettato e spedito in orbita, alla sua traiettoria, è un non-spettacolo. Difficilmente attraente persino per i più acritici amanti del genere. E se una cosa del genere vale, può valere, per la tradizionale conferenza di fine anno del Governatore della Banca d’Italia – il tipo in giacca e cravatta richiama attorno a sé qualche decina di giornalisti coi taccuini, di cameraman e di inviati coi palmari e i pc portatili, e parla dei tassi d’interesse, delle prospettive finanziarie, delle ricadute di questo o quell’evento sulla vita del Paese – sicuramente non vale per i sorteggi dei calendari della Lega Pro. Perché nel primo caso il problema non è il tizio in giacca e cravatta. È l’addetto al palinsesto che decide di mandarlo in diretta sulla Rai, in pieno dicembre, finendo per sfinire una popolazione di tele-utenti con un non-fatto nato senza velleità d’intrattenimento. Ma nel secondo, per lo spettacolino da strapaese messo in piedi per fare da companatico al sorteggio, si può tranquillamente parlare di sostanzioso passo avanti sulla via del baratro. Verso la Damasco del grottesco.

Un tempo – e maledizione per quante volte si dovrà ancora dire “Un tempo”! – i calendari erano una cosa come un’altra. Una voce dal tg sportivo diceva che erano stati stilati e stop. Poi si passava alle immagini del casello di Melegnano, in diretta dalla centrale operativa delle Autostrade pubbliche. Elettrici eravamo noi, che aspettavamo di sapere le sorti della nostra squadra, ma nessun altro. Non c’era un’industria dello spettacolo incarognita a voler spremere fino al midollo il limone dell’astinenza estiva da calcio (se è per questo il massimo delle amichevoli, “un tempo”, erano Juventus-Villarperosa e Foggia-Lodigiani, ma questa è un’altra storia…). Invece: diretta dalla sala di un palazzo storico di Firenze, gonfaloni e omaggi, schiere di convenuti, ad imitare il parterre dei sorteggi mondiali o della Champion’s league. E dirigenti a iosa. Al volante di questa presuntuosa utilitaria chiamata Raisport, Amedeo Goria (che ricordavo cassato dallo star-system de noantri per quell’impeto onanista dinanzi ad una subrettina, ma forse è la mia memoria che fa cilecca), che si perde – come il Ciotti della Domenica sportiva di tanti e tanti anni orsono – nel magnificare il “cervello elettronico” del computer che “espellerà” (sic!) i nomi delle squadre e delle sfide. Roba che se i maya avessero evitato di estinguersi o di farsi sterminare, uno come Goria lo userebbero ancora oggi come clistere per i loro dopocena. Ma tant’è. Finito l’omaggio ad Artemio Franchi – e anche qui: chissà perché agli speculatori-devastatori-evasori del cosiddetto calcio moderno piace così tanto crogiolarsi tra le pieghe del bianco-e-nero d’epoca, immedesimarsi e fingere di rimpiangere i vecchi e buoni dirigenti di quando tutto era più facile “e si potevano mangiare anche le fragole” – si passa a mollare il microfono ad una sfilza di anziani intabarrati. Ognuno ripete le proprie teorie sul giuoco del pallone. Ma decido di non entrare nel contenuto. Non mi tange quel che dicono, le banalità trite e ritrite e già sentite. Mi interessa lo spettacolo, in sé. Non posso fare a meno di pensare: a chi piace tutto questo? Chi è quel mio simile che, sfaccendato e in semi-ferie in una mattinata d’agosto, decide di prepararsi un caffè o una bibita alla menta, schiantarsi rilassato sulla sdraio e godersi questa carrellata di star da ospizio? Quale deviato mentale trova, o anche ipoteticamente potrebbe trovare, vagamente spassoso o divertente o istruttivo questo scempio? Lo spettacolo del calcio – quello che impone tornei negli Usa e supercoppe italiane a Pechino – è un bulimico che ingoia noccioli di pesca. E pretende che noi siamo qui a guardarlo vomitare.

Ma a me interessa sapere dove esordirà il Foggia, dove l’Osservatorio ci vieterà di andare. E, nonostante la gente che dal web urla: “Che rottura di palle! Dateci i calendari e basta!”, mi soffermo ad ascoltare brandelli di disquisizioni colte. Ed era meglio per me se non l’avessi fatto. Capita, difatti, che un dirigente di Lega Pro descriva il futuro prossimo così. “Questo sarà l’anno del fair-play… Torniamo negli oratori, torniamo dove c’è gente sana…. Facciamola venire allo stadio, anche gratuitamente… Sono i clienti di domani, signori presidenti”. E spalanco gli occhi. Perché è raffinato, il cialtrone. E sentire i ministri della propaganda all’opera fa sempre uno strano effetto. Dunque: fair-play, quel mito in costruzione che dovrebbe, come un antidoto fiabesco, mitigare l’agonismo, la metafora bellica insita nel gioco. Quel bel concetto naufragato all’epoca dell’imposto terzo tempo. Quello spirito che a noialtri, bestie da spalti, sfugge. Perché si sa: il problema siamo noi, le nostre intemperanze, il nostro modo d’intendere la domenica che “nulla ha a che fare con il calcio”. Per questo, per riportare le immaginarie sacre famiglie sugli spalti, bisogna trovare nuova linfa.. Anime vergini da riempire di buoni propositi. Demoni a caccia di nuovi adepti. Gli oratori. Viene in mente Paolo Conte, l’atmosfera bucolica dei campetti circondati da mura e campanili, la polvere e il sudore dei bei tempi andati, che tanto affascinano i pescecani dell’oggi. Un mare dove pescare gente che non va allo stadio come alla guerra. Quelli siamo noi, secondo la vulgata. Noi, quelli estromessi perché incompatibili, quelli repressi perché facinorosi turbatori dell’ordine. In questo quadro, sembrano loro – gli sciacalli dei diritti televisivi e della Tessera obbligatoria – i soavi cultori dei bei tempi. Loro, quelli che hanno svenduto una passione popolare alle banche e ai network. Cercano gente sana, da fagocitare. Anche gratis. E mi sento d’improvviso lieto: lieto di non c’entrarci niente. Lieto nel carpire, dietro lo sguardo famelico, che non ce l’ha con me. Io non sono sano. Io, secondo questo bravo signore, rappresento tutto ciò che nel calcio è sporco. Tutto ciò che va estirpato. Provo una vaga fierezza. Che diventa esplicito orgoglio sul finale: “Sono i clienti di domani, signori presidenti”. I clienti. E, come spesso accade, il ministro della propaganda non ha compreso d’aver svelato i nostri antagonismi meglio, molto meglio che i nostri mille comunicati. Clienti vanno cercando. Clienti non saremo. Meglio bruti che consumatori di noi stess

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