Politica e pallone casta contro casta

 

 

di Alberto Piccinini

Per Calderoli i calciatori sono una «casta di viziati». Per Galliani sono «signorini». O meglio, lo sarebbero nel caso non volessero versare il loro contributo extra allo stato. Il tono è vagamente breriano. Vagamente.

Perché Brera prima che sugli abatini avrebbe puntato il dito sui «ricchi scemi», i presidenti di calcio e le loro follie. Certo quelli erano gli anni Sessanta, tutt’altro clima. Ma qualcuno sussurra che il messaggio di Galliani sia forte e chiaro soprattutto per i calciatori del Milan, protagonisti spesso inconsapevoli della politica italiana degli ultimi anni per tramite del loro Presidente. Pagate, o sono cavoli amari. Si parla di supertassa. Supertassa e calciatori. Supertassa e casta. Casta contro casta. C’è soltanto una categoria sociale potenzialmente più odiata dei politici, ogni volta che lo Stato, la crisi, la congiuntura, costringono i cittadini a mettere le mani nel portafoglio: i calciatori. In mutande. Loro in mutande. E noi cittadini, allora? Eccetera.

In questo, la sparata di Calderoli è abbastanza elementare. Capitò già all’epoca degli ultimi Mondiali un botta e risposta tra la Lega e la Nazionale sui «premi partita» e gli ingaggi. «E’ giusto – disse Calderoli – che anche i calciatori italiani partecipino dei sacrifici degli italiani di fronte alla crisi».
Il fiscalista Uckmar ha semplicemente spiegato l’altro giorno al Corriere che «se si trattasse un tributo autonomo non sarebbe coperto dal contratto stipulato tra calciatore e società, se invece si trattasse di un aggiunta all’aliquota Irpef saremmo nel regime dell’Irpef». Dunque, dovrebbero pagare la società. I calciatori, come si sa, sono lavoratori dipendenti. Tanto che fino a qualche giorno fa minacciavano di scioperare per il rinnovo del loro contratto. In alcuni casi, abbiamo appreso, gli accordi tra società e calciatore si spingono a considerare una retribuzione netta, lasciando tasse e imposte ai club. La palla, in questo caso, passerebbe ancora ai «ricchi scemi». E’ un altro dei grandi espedienti retorici del calcio, per chi frequenta la materia: «Non sono io che li ho chiesti – rispondono i calciatori a chi li accusa di irresponsabilità – sono loro che mi li danno».
Non è chiaro davvero, tuttavia, da dove vengano le voci che vorrebbero i calciatori restii a mettere le mani nel loro portafoglio per il «contributo di solidarietà» imposto dalla manovra. Si tratterebbe, facendo i conti all’ingrosso, di circa 55 milioni di euro sugli 1,1 miliardi di stipendi corrisposti per la sola serie A. Non è poco.
E’ abbastanza probabile che le superstar, assistite da uno stuolo di agenti e commercialisti, non si interessino granchè della questione. Del resto il calcio ad alto livello sta diventando un mercato completamente globalizzato, i legami dei calciatori con le nazioni nelle quali risiedono sono sempre più labili. Come nel caso di Eto’o, si può andare a giocare nel Daghestan dall’oggi al domani per una tombola di soldi. E senza tradire nessuno. O quasi.
Altro sarebbe il problema – ha fatto notare tiepidamente l’Assocalciatori nella persona del suo presidente Damiano Tommasi – per i moltissimi che giocano nelle piccole squadre, o nelle categorie inferiori. «Nessun problema – ha ribattuto prontamente il ministro La Russa – Si ricorra al mutuo soccorso di coloro che guadagnano 10 milioni l’anno».
Casta contro casta, di nuovo. Come finirà? Il presidente della Lega calcio Maurizio Beretta ha chiesto ai calciatori «un segnale di responsabilità». Costerà poco, renderà bene. Fino alla prossima crisi.
tratto dal ilManifesto
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