Due o tre cose che so di lui.

In sordina, a fil di muro. O peggio ancora: semiclandestinamente. Lontano dalla pubblicità come dai semplici clamori. “Su Raitre!?”, diceva la gente, avvisata da internet, dagli sms degli amici. E, dal vivo, non sempre era facile distinguere l’esclamativo dall’interrogativo. Il primo documentario di Giuseppe Sansonna (da Bari Japigia), Zemanlandia, era stato accompagnato da un trambusto che manco la banda della festa dei santi patroni. Amarcord apologetico. Secondo alcuni oltranzisti della vera fede, finanche la scintilla che fece scoccare la nuova passione estiva tra il boemo e don Pasquale Casillo. Galeotta fu la pellicola. Questo secondo, invece, sembra Radio Londra. “Si, su Raitre”, “Ma stasera?”, “Si”. Oggi, e Sansonna dovrebbe saperlo, da queste parti è tutto cambiato. Non sempre le ciambelle riescono col buco, non sempre i progetti patinati ottengono la spinta di marketing del preteso lieto fine. E le tesi che falliscono la prova dei fatti, a lungo andare, diventano folklore. Niente di più. Due o tre cose che so di lui, si intitola il nuovo lavoro. E lui, ovviamente, è Zdenek Zeman da Praga, l’uomo che nel 1993 ha messo in pausa questa città. Certo, sapevamo che Sansonna da Bari ci stava provando di nuovo, proprio come il suo Maestro. Entrambi nella speranza di ripetere la prima Zemanlandia. A suo tempo avevamo persino individuato una strana telecamera ai prefiltraggi della Sud. “Alle undici e mezza”. Doc 3. Premetto, a mo di coro shakespeariano: dei 55 minuti complessivi, i primi 25-30 li ho visti due volte. E questo vale già come critica motivata e non come dato di semplice curiosità. Difatti. Alla sigla di partenza, all’apparire del presentatore nell’ambaradan di luci e grafiche futuribili della seconda serata estiva della terza rete, siamo nel bel mezzo di una festa di compleanno. Girano Peroni e fuori ci sono tre pattuglie della polizia e i vigili del fuoco stanno lavorando per aprire una saracinesca dalle cui grate fuoriesce del fumo nero. Si pensa ad una intimidazione, fatto sta che la strada è piena di curiosi e ci sono lampeggianti ovunque. Come a dire: di reality alternativi non ne mancano. Eppure, siamo in tanti a scattare al segnale, a piazzarci davanti allo schermo. Il presentatore ricicla argomentazioni vagamente già sentite. Vagamente. Zeman “eretico”, Foggia “una città innamorata che s’aggrappa al calcio per non pensare ad altro”, gli anni Novanta pieni di “traguardi impensabili per una squadra piccola, povera”. È Raitre, ci mancherebbe. Sarebbe strano il contrario. Fatto sta che si potrebbe obiettare già adesso, da subito, dall’introduzione. Il calcio oppio dei popoli, l’Empoli di Cagni che centra la Uefa. Immagini in scorrimento veloce. La sigla. Le prime riprese: la fonda periferia desolata, affaticata e assolata, le rughe del maestro, il magazziniere, lo staff tecnico come metafora e simbolo della famiglia, di un certo modo di fare calcio a certe latitudini che, non fossi foggiano, non avrei problemi a posizionare nell’America Latina di Osvaldo Soriano. Lo spogliatoio che risuona dei passi coi tacchetti, il manto erboso dello “Zaccheria”, gli occhi del saggio, i ragazzi che corrono sul prato, che saltano, colpiscono il pallone, s’arrampicano sui gradoni della gradinata. Il tutto sospeso in un limbo fisico di totale isolamento, come se il microcosmo dello stadio e della squadra fosse elemento avulso dal contesto in digradante degrado. Un piccolo, assediato manipolo di idealisti, naufrago in un mare di cinismo iper-realista. Una sensazione di ineluttabilità: quella squadra non può farcela. Neppure gettando nella mischia la grandezza del suo idolatrato mister. Non ha speranze. Non nella Foggia salvadoregna che tanto piace al barese Sansonna e al suo pubblico di radicali da branch. Quelli intrattenuti con storie di peones del pallone sul Manifesto, durante un’intera straziante stagione di non-calcio per analfabeti della materia; e quelli richiamati all’appuntamento con il video, sequel e antibiotico del precedente. Perché la solitudine dell’ala destra, in questo caso, è contagiosa. Foggia ha perso l’innocenza, lo sguardo smaliziato ed infantile, gioioso o quanto meno ottimista d’un tempo. E s’è trasformata. Tanto che persino i suoi amanti più disinteressati fanno fatica a riconoscerla. Cinque minuti di chiacchiere barocche e auto-plagio e già dovremmo sentirci in colpa. Una responsabilità collettiva, gli israeliti col Messia. Il popolo deicida, prima ancora del Palazzo, prima dei Cesari. La nostra mancata fede, i nostri mutamenti di costume, hanno isolato il Maestro. Così che neppure i siparietti in dialetto di Altamura e Annecchino risultano simpatici. Poi, certo, ci sono le partite a carte, interminabile replica d’un modello mundial, escamotage narrativo diventato già alla seconda occasione stantio ricorso al corner. Perché Sansonna lo sa: l’idolo è tornato sui sentieri della prima predicazione. Ed ha fallito. Allora meglio metterla in poesia, come Evtusenko con la bandiera rossa. Intanto che passano sequenze di una noia infinita, che in confronto I nibelunghi sembra la finale dei cento metri, Fritz Lang, Ben Johnson. Qualcuno parla di scelta stilistica. E dovremmo metterci sull’attenti, per non far intuire che non abbiamo colto. Il clamore dell’originale che si stempera nell’assordante annegare della copia. Il rumore dei tacchetti, le parole dei ragazzi, il fiume che scorre sui ciottoli. Noia, altroché. Poi un suono, che non è una musica. L’inquadratura – poetica e vendoliana – su qualcosa di isolato a caso: il faro dello stadio, una pala eolica, una tribuna vuota, una casa, un quartiere, un bidone dell’immondizia stracolmo. E sembra che finalmente il video possa decollare. Invece, per dirla coi Casino Royale, ogni stop è solo un altro start. Anche se ora scorrono dei gol. A grappoli, che sembra quasi una cavalcata trionfale. Ancora non l’hanno detto che siamo arrivati sesti in Lega Pro. L’illusionista diventa ministro della propaganda zemaniana. E mostra la cartapesta che ricopre gli stabili diroccati. Parla di “schermi stinti delle tv locali foggiane” e non capisco perché, cosa diamine ci sia di stinto, di diverso da una qualsiasi emittente privata locale in queste immagini. Il dettaglio tecnico che possa riportare alla mente del barese la “Coppa America degli anni Ottanta”. Intanto i “colibrì mannari” del mister macinano reti su reti. Mi guardo attorno e della piccola folla iniziale sono rimasti in due, oltre me, sul divano. Col ventilatore puntato in faccia. Basta questo. Abbiamo visto e sentito fin troppo, per stasera. Si spegne la tv, si passa alla musica e al vodkalemon. Mentre mi chiedo: se questo è l’effetto a Foggia, dove la gente è curiosa di cose che altrove interessano poco (riconoscere luoghi, persone, situazioni), che accoglienza pensa di avere questo presuntuoso costui a Rovigo, ad Asti? Allora decido di rivederlo. Per intero, ad alto volume, stavolta sul serio. Senza interferenze. Ripasso gli scorci, le solitudini, i peones. Per scoprire che oltre le colonne d’Ercole della prima mezz’ora, tutto è uguale a prima. Identico a sé stesso. Annoto il prezioso parallelismo tra “la Cecoslovacchia comunista e il Sud Italia poverissimo”. Mi torna in mente Di Vittorio. Ascolto Farias affermare che la mia città è come il Brasile, che i furti delle auto sono tanti. E mi convinco definitivamente che costui è riuscito ad ottenere la paccottiglia pubblicitaria che voleva. Del resto, si ragiona così per ogni tesi: lo sguardo sull’oggetto studiato è parziale, selettivo. Il cervello salva e immagazzina ciò che ritiene utile, scarta e sputa il resto. Bisognava, come il Bonini di Repubblica, dare un’immagine di bellezza affiorante, un fiore in un barile di catrame. E partendo dal fiore-Zeman, il resto s’è quasi punito da solo. Senza sforzo. La Foggia che conosco è una città caotica e tranquillizzante, disorganizzata e piena di spunti. La Foggia di Sansonna è deserta e sofferente come certe città del Far West, pronte al mezzogiorno di fuoco. Il suo pubblico di riferimento non ama le sottigliezze. Voleva inquietudine, ed inquietudine ha ottenuto. Una sottile paura dell’ignoto superata dalla consapevolezza salvifica di non averci nulla a che fare. Sospiro di sollievo. Le ultime battute del video sono tutte del mister (anche lui spesso inquadrato solo, riflessivo e senza risposte). Ha lasciato Foggia, dice, perché i suoi giocatori non sentivano la maglia. Pensa te, verrebbe da dire. Dopo che uno come Sansonna arriva da Bari per parlare di una presunta, inesistente Zemanlandia; dopo che mezza Italia giornalistica si scomoda per narrare le gesta del mito vivente; dopo che le società di A decidono di prestare i loro campioncini alla squadra allenata da Zeman; verrebbe da chiedersi perché mai avrebbero dovuto quei ragazzini sentire l’onore di vestire la maglietta del Foggia. Sempre senza contare che Zeman stesso ha lasciato Foggia per montare le tende (non è facile ironia, anzi si) a Pescara. Ma questa è un’altra storia. Fatto sta che ora che il circo è stato smontato ed è ripartito, stiamo meglio. Molto meglio. E sui titoli di coda, penso con tutta onestà di aver chiuso i conti. Con Zeman, con Sansonna, col passato. Pensiamo a noi, adesso. Che è l’unica cosa che conta.

tratto dal blog Meglio il Foggia

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1 commento

  1. Quello che ho capito è che ti sta sul cazzo che Sansonna sia di Bari. Fosse stato, chessò, di Cuneo, non ti avrebbe fatto lo stesso effetto


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