Camorra football club: un business vincente e in crescita

Carlo Maria Miele

Mentre si discute della foto di Miccoli col figlio del boss, c’è una realtà sempre più in espansione in Campania: squadre di calcio delle serie minori riconducibili a clan del territorio. Dalla “storica” Albanova degli Schiavone, alla Mondragonese che sognò addirittura l’ingaggio di Toninho Cerezo.

Qualche tempo fa fece scalpore la notizia della tentata scalata alla Lazio da parte dei clan dei casalesi, con la copertura di una vecchia gloria come Giorgio Chinaglia. Più di recente si è parlato a lungo della presenza del figlio di un boss a bordo campo al San Paolo, durante un incontro tra Napoli e Parma. E proprio in questi giorni stanno emergendo nuovi elementi sul coinvolgimento della camorra stabiese nel calcio-scommesse. Così come tiene banco la foto di Miccoli col figlio, incensurato, del bosso Antonino Lauricella.

Ma quello che in serie A resta nell’ambito della ipotesi giudiziaria – ossia l’intreccio tra camorra e calcio – nelle serie minori è una realtà già consolidata e in costante crescita. Passando in rassegna l’elenco delle società di calcio campane sequestrate negli ultimi anni, o coinvolte in inchieste sulla la criminalità organizzata, emergono nomi sconosciuti agli appassionati di calcio, ma ricorrenti nella geografia di Gomorra. Si va dal Giugliano Calcio, risultato riconducibile a Giuseppe Dell’Aquila, esponente di primissimo piano del clan Mallardo e meglio noto come “Peppe ’o ciuccio”, alla Virtus Baia acquistata alla fine degli anni novanta dal clan Pariante di Bacoli. C’è la Boys Caivanese, che nel proprio stadio ospitava un nascondiglio per le armi utilizzate nella guerra di camorra. E c’è la Mondragonese, che alla metà degli anni novanta tentò di ingaggiare nientedimeno che l’ex nazionale brasiliano Toninho Cerezo. E infine c’è Albanova, la squadra di calcio di Casal di Principe, che vantava come primo tifoso il boss Walter Schiavone, fratello di Francesco, meglio noto come Sandokan.

A spingere la criminalità organizzata a investire nel business del pallone è innanzitutto la ricerca del consenso sociale. Come emerge dalle numerose inchieste della magistratura, il controllo di un club calcistico, per quanto piccolo, consente di ribadire e consolidare la propria leadership sul territorio. «Spesso, in un paesino del Sud, il presidente di una squadra di calcio è più importante del sindaco – spiega Daniele Poto, autore del libro “Le mafie nel pallone”, che pone l’attenzione proprio sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel calcio – Una società calcistica consente ovviamente il riciclaggio di denaro, assicura credibilità e rispetto vista la posizione centrale del football nel dibattito italiano, indirizza voti e veicola consenso. E diventa il trampolino di lancio per operazioni più lucrative, come la promozione della squadra, la costruzione di un nuovo stadio, il varo di sinergie trasversali remunerative».

L’ultima prova è quella offerta dalla Paganese, club di Lega Pro (l’ex serie C), travolta dall’inchiesta su politica e camorra che a luglio ha portato all’arresto di Alberico Gambino, ex sindaco della cittadina salernitana e attuale consigliere regionale in quota Pdl, e di diversi politici e imprenditori della zona, tra cui il presidente dello stesso club calcistico, Raffaele Trapani. Secondo l’ordinanza, la società sportiva cittadina (che paradossalmente gioca nello stadio intitolato a Marcello Torre, il sindaco di Pagani ucciso da killer di Raffaele Cutolo nel dicembre del 1980) era divenuta per Gambino «una vera e propria ossessione, tale da indurlo ad imporre ripetutamente negli ultimi anni a diversi operatori economici, senza alcun vantaggio, il versamento di grosse somme di denaro a titolo di sponsorizzazioni forzate». Stando all’accusa, Gambino – insieme a esponenti del clan Petrosino-D’Auria – avrebbe estorto cifre consistenti a imprese operanti nella zona (tra cui la multinazionale Conad). E i risultati non hanno tardato ad arrivare, visto che il club si è reso protagonista di un vero e proprio miracolo sportivo, che lo ha portato, in un paio di stagioni, dalla serie D alla terza divisione nazionale, dove ha militato fino allo scorso anno.

Non è un caso che il fenomeno sia evidente soprattutto nelle serie minori, dove è più scarsa l’attenzione mediatica e, di conseguenza, i controlli. Lega Pro e serie D diventano così il terreno naturale per le incursioni della malavita che, in cambio di un investimento ragionevole, consentono di ottenere un ritorno incomparabile in termini di affari e di consenso. Non mancano tuttavia le eccezioni nell’ambito del calcio “che conta”.

A un paio di chilometri da Pagani, e due categorie più su, troviamo il caso Nocerina. Alla presidenza del club rossonero, neopromosso in serie B, c’è un nome noto nell’Agro come quello di Giovanni Citarella, re del calcestruzzo e figlio di Gino, esponente della Nuova Famiglia, ucciso nel 1990. Lo stesso Citarella jr ha subito una condanna per concorso in tentato omicidio ed è stato coinvolto in diversi procedimenti per camorra, finendo sempre assolto. Precedenti che, tra un appalto sulla Salerno Reggio Calabria e l’altro, non gli impediscono di guidare con successo la squadra di calcio locale e di sfruttare il proprio consenso popolare per intervenire nel dibattito politico cittadino, come è avvenuto in occasione delle recenti elezioni amministrative, quando non ha esitato a garantire il proprio endorsement al candidato sindaco del Pdl.

«In Campania – conclude Poto – c’è un grande epicentro di squadre di Lega Pro ma anche molta latenza e labilità di gestione, e la richiesta di un certificato antimafia non è uno sbarramento determinante a fronte della risorsa di prestanome non proprio sprovveduti. Soprattutto nel calcio dilettantistico, dove la gestione di un club impegna una modesta distrazione di denaro, le infiltrazioni camorristiche avvengono con straordinaria e meccanica facilità».

tratto da www.linkiesta.it

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