Dal «Che» a Giovanni Paolo, i grandi che amavano il rugby

Paolo Ligammari

Per il giovane studente argentino di medicina Ernesto Guevara era stata un folgorazione giovanile e sconvolgente. Malgrado l’asma, giocò a rugby dai 14 ai 23 anni e fondò con il fratello Roberto la rivista «Tackle», il placcaggio, l’anima del gioco, in cui mise la stessa dedizione che dedicò poi alla lotta rivoluzionaria. La rivista durò poco, perché «si occupava troppo di politica», secondo la polizia. Ernesto arrivò fino alla serie A argentina, giocando con il San Isidro di Buenos Aires e facendo impazzire il padre, preoccupato per la sua salute. Alla fine rinunciò e prese altre strade, ma il rugby rimase per il medico della Revolución uno dei piaceri dello spirito, tanto che tentò di fare proseliti anche tra i barbudos, tra le montagne di Cuba. Dalle pampas alle fredde pianure polacche, da un rivoluzionario all’altro: anche Karol Wojtyla, più o meno negli stessi anni, si misurò con le ruvidezze del rugby. Tra una pièce teatrale e una discesa con gli sci, anche il futuro Giovanni Paolo II apprezzava il gioco inventato nelle università inglesi e presto diffuso ai quattro angoli del pianeta. SPORT DI LOTTA E DI CLASSE – Il rugby, sin dalle origini, si rivelò un gioco adatto all’«upper class», così come il football conservava nel Dna un’anima proletaria. Non per niente i natali leggendari del gioco della palla ovale si fanno risalire a una delle più esclusive «public school» britanniche, quella di Rugby, appunto. E alla follia creativa del 17enne William Webb Ellis. Era il 1823 e il giovanotto, stufo di prendere a calci una palla durante una partita di calcio, «in spregio alle regole vigenti», la prese tra le mani e cominciò a correre verso il fondo campo, con compagni e avversari che gli si fecero subito intorno prima interdetti, poi entusiasti. Le scuole dei ricchi e i governi fecero la fortuna del nuovo sport: per la capacità di sviluppare qualità morali, doti fisiche e spirito guerriero era considerata la pratica più adatta alle giovani leve che un giorno non lontano avrebbero preso le redini dell’Impero.

QUANTI POLITICI – Ecco perché tanti politici hanno vestito le scarpe bullonate e le eleganti maglie dei club più esclusivi. Certo, tanti scozzesi: non solo il laburista Tony Blair, discreto centro negli anni universitari a Edimburgo. Il compagno di partito Gordon Brown, da ragazzino, sognava di giocare in nazionale con la Scozia. Rinunciò alla palla ovale perché sgambettato dalla sorte avversa: a 16 anni perse la vista a un occhio per un infortunio di gioco, la sua carriera sportiva si fermò e iniziò quella politica, sulle orme di Blair. Passando sulla sponda tory, il marito della signora Thatcher, Denis, fu arbitro di diverse partite tra nazionali. Ma anche tra i presidenti americani si contano appassionati e giocatori: Bill Clinton, per esempio, mentre Woodrow Wilson, da rettore universitario, cercò in tutti i modi di conservare la tradizione del rugby, osteggiando la moda del football americano (nato, paradossalmente, per attutire i rischi di infortunio per i ragazzi). Persino tra i Kennedy si contano buoni giocatori: Jfk non toccò mai il campo, anche per la schiena malandata, ma Teddy fu un abile trequarti centro. Obama no, preferiva il basket. Ma il predecessore, George W. Bush, a Yale giocava estremo. Di Bill Clinton si racconta che fu un’impacciata seconda linea ai tempi di Oxford, dove conobbe e giocò con una delle stelle più luminose della storia degli All Blacks, il mediano di mischia Chris Laidlaw. Erano buoni amici, come racconta in un celebre saggio l’editorialista kiwi Spiro Davos, tanto che, appena toccò terra per una visita ufficiale in Nuova Zelanda, Clinton chiese al primo ministro Jim Bolger: «Come sta il mio vecchio amico Laidlaw?». Bolger, che a sua volta era stato un terza linea del XV dei tutti neri, rimase di sasso: Laidlaw era un parlamentare laburista, Bolger il leader del partito nazionalista.

LA PASSIONE DEI DITTATORI – Tra i grandi sostenitori del rugby, a dire la verità, non si contano solo ferventi democratici. Benito Mussolini considerava il gioco una delle poche cose di cui essere grati alla Perfida Albione e si diede da fare per introdurlo in Italia, anche se fece di tutto per de-anglizzarlo: il gioco fu ribattezzato «palla ovale» e fu deciso che le origini risalivano all’Impero romano, dove in effetti si giocava un antenato del rugby, l’harpastum. Poi però l’innamoramento del Duce svanì: considerò il rugby una minaccia per il regime e ne ostacolò la diffusione.
Anche Albert Speer, l’architetto di Hitler, fu affascinato dal gioco. Tra l’altro, tra le due guerre mondiali, la Germania era una potenza nascente anche nel rugby, tanto che spesso gli capitò di battere la Francia, già ammessa al Cinque Nazioni e al tavolo super riservato delle «Home Union» (Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles, in pratica le federazioni fondatrici). Il leader dei nazisti inglesi, Oswald Mosley, padre del Max della Formula 1, lo considerava «uno sport veramente fascista», mentre il romeno Ceausescu ne era attratto, a pari del dittatore ugandese Idi Amin, che alla passione univa la pratica: fu in campo nella sfida che vide l’East Africa XV sconfitta onorevolmente 39-12 dai Lions (la selezione dei migliori talenti delle isole britanniche).

ATTORI E CANTANTI – Sono numerosi anche celebri attori che coltivarono speranze nel rugby. Richard Burton cambiò spesso idea su Liz Taylor, da cui sposò e divorziò più volte, ma mai sul rugby: ebbe per tutta la vita l’ambizione di vestire la maglia del Galles. Era un buon flanker, e raccontò i suoi sogni in A Welcome in the Valleys. Robin Williams rimase folgorato dall’incontro con Jonah Lomu: «l’ho conosciuto – raccontò – è così maledettamente brutale, non pensavo fosse così grosso. Mi sono sentito come un contadino in un film di Godzilla». Boris Karloff, uno dei Frankenstein più amati, era segretario e animatore di una squadra di rugby in California, mentre, in Francia, Gérard Depardieu, è tra gli attori più appassionati e Jacques Tati fu una brillante terza linea nel Racing Club Parigi, uno dei club più antichi e titolati della Ville Lumière. E anche nel mondo del rock, i rugbisti non mancano. Per esempio, Roger Waters, fondatore e a lungo leader dei Pink Floyd: ha giocato a lungo nel Cambridge, nella sua città natale, ed era noto per la sua irruenza (eccessiva, secondo alcuni, anche in un campo da rugby).

LE PENNE DEL RUGBY – Innumerevoli gli scrittori affascinati allo spirito del rugby: J.R.R. Tolkien fu signore dei placcaggi oltre che degli anelli, Lewis Carroll e Salman Rushdie giocarono al college. Lo scrittore indiano, a 14 anni, fu spedito nella «madrepatria» a studiare proprio alla Rugby School. Per lui, alla faticosa ricerca di integrazione in una società ancora molto chiusa e tradizionalista, era quasi un obbligo cimentarsi con la palla ovale, ma se ne innamorò. Arthur Conan Doyle compose invece uno dei gialli più intricati di Sherlock Holmes («Lo strano caso del trequarti scomparso») basandosi sulla storia (vera) di uno dei giocatori più rappresentativi della storia inglese, Ronald William Poulton-Palmer, stella di Oxford, della nazionale della Rosa e dei Barbarians: erede di un vero e proprio impero dei biscotti fu il capitano inglese nel match contro l’Irlanda del 1914, l’ultima sfida tra nazionali prima del lungo stop dovuto alla Grande Guerra. Fu anche l’ultimo incontro del trequarti inglese: insieme a 133 dei migliori rugbisti del Paese perse la vita negli assalti disperati che insanguinarono l’Europa. Il rugby fu lo sport che pagò il dazio di sangue più alto alla guerra. E anche per questo, negli anni successivi, il calcio divenne il gioco più seguito Oltremanica.

tratto dal Corriere della sera.it

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