Storie di sport e razzismo

di Mauro Valeri

Questa volta non parleremo di calcio, ma di sci e di ciclismo. O meglio di un’ex sciatore e di un ciclista, perché sono loro ad essere i protagonisti di vicende che sembrano confermare quanto sia sottovalutato il razzismo. Il primo è Marco Albarello, che nella sua carriera è stato, tra l’altro, oro olimpico nella staffetta nel 1994, campione del mondo di fondo nel 1987, direttore tecnico della nazionale e attualmente responsabile del Centro Sportivo dell’Esercito per quanto riguarda le attività degli sport invernali a Courmayeur, nonché primo maresciallo dell’esercito. Su Facebook, decide di esprimere quello che pensa dei cortei di solidarietà organizzati a Firenze dopo l’omicidio di Modou Samb e Mor Diop. “Vergogna, vergogna, vergogna, anche gli extracomunitari (voluti come voti dalla sinistra) manifestano. Prendono i soldi di sussistenza mentre ci sono milioni di famiglie italiane che non arrivano a fine mese. Questione di equità: non c’è tra extracomunitari e italiani”. La Gazzetta dello Sport, che nell’edizione 27 dicembre 2011 riporta i fatti, prosegue “E giù vaffa”.

Il maresciallo era stato poi intervitato da La Stampa di Torino, giustificandosi così: “Il razzismo non c’entra, men che meno il colore della pelle. Lo sfogo sul social network? E’ stato un modo per dire ‘guardiamoci’, facciamo qualcosa, aiutiamoci. Pare che il valdostano, il veneto, il calabrese, qualsiasi italiano in difficoltà non abbia gli stessi diritti degli extracomunitari”.

Albarello sembra vivere in un mondo tutto suo, o meglio quello in cui dominano le leggende metropolitane a sfondo razzista. A seguito delle molte proteste sollevate, il maresciallo ha rimosso il suo profilo privato, lasciando solo la pagina pubblica. Sempre la Gazzetta riporta una sua risposta a chi gli chiede conto delle sue parole: “Ho l’obbligo del silenzio, sono un militare e devo rispettare gli ordini dei superiori, ma sono dispiaciuto per quello che è successo, ma pensavo che uno scambio di battute su Facebook restasse riservato ai miei contatti”.

La Cgil ha chiesto un intervento del presidente Napolitano (!), mentre dall’Esercito fanno sapere che la vicenda è sottoposta all’attenta valutazione dei vertici militari. In attesa di sapere se il maresciallo sarà sospeso o indagato, resta però solo la dissociazione del Centro Esercito. Non risulta invece una presa di posizione ufficiale dei vertici militari, come, ad esempio, la sospensione del maresciallo, o le pubbliche scuse ai familiari delle vittime dell’omicidio razzista di piazza Dalmazia. E questo silenzio appare decisamente grave e non giustificato.

Si è invece chiusa un’altra vicenda relativa ad un’accusa di razzismo. Ad agosto, durante la penultima tappa del Tour do Rio, in Brasile, il ciclista Marco Coledan (ex campione europeo juniores dell’inseguimento) viene accusato da un collega afrobrasiliano, Renato Santos, di averlo insultato con termini razzisti (“negro schifoso”). In un primo momento, qualcuno del suo Team prova a difenderlo: il d.s. Mirko Rossato, avrebbe affermato che “questo tipo di insulto in Italia è comune e non è considerato razzista”.

Poi, compreso che invece in Italia la discriminazione è un reato, l’Unione Ciclisti Trevigiani, l’associazione sportiva dilettantistica per la quale Coledan è tesserato, decide di scusarsi ufficialmente con l’organizzazione del Tour (anche di fronte alla “minaccia” che in futuro la squadra non sarebbe più stata invitata al Tour) e decide autonomamente di ritirare il Coledan dalla competizione “al fine di stigmatizzare il deplorevole episodio accaduto”. Lo stesso ciclista, riconosciuto l’errore, decide di mettersi a disposizione della Procura Federale per dare la sua versione dei fatti, e cioè che la sua frase era stata data in risposta al lancio della borraccia e ad una frase provocatoria pronunciata da Santos (“hijo de puta”).

Al termine dell’indagine, pur ravvisando l’attenuante della provocazione e pur escludendo l’aggravante discriminatoria per odio razziale, la Procura ha ritenuto il comportamento del Coledan “palesemente contrario ai principi contenuti nel Regolamento di Giustizia e Disciplina Federale e pertanto passibile di sanzione”. Quindi (momentaneamente) espulso, deferito avanti la Commissione Disciplinare della Federciclo, che a fine novembre ha emesso la sua sentenza: niente squalifica, ma solo un’ammonizione per infrazione all’art.1, primo comma, del Regolamento di Giustizia e Disciplina Federale. La richiesta del procuratore federale (deplorazione e ammenda di 300 euro) non è quindi stata accettata, in quanto, secondo la Commissione, le prove contro Coledan non era certe, lui si era immediatamente scusato ed era già in parte stato punito dal suo stesso team quando lo aveva ritirato dalla gara.

Nonostante l’ammonizione, subito dopo la sentenza, Coledan, che dal 2012 passerà professionista con la Csf Colnago, è stato convocato in nazionale. Viene il sospetto che, a differenza della nazionale di Prandelli, in quella del ciclismo vi sia un codice etico assai discutibile.

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