Due indizi fanno una prova.

di Mauro Valeri

Poche settimane fa, un’affermazione di Franco Arese, presidente della Federazione italiana di atletica leggera (FIDAL), aveva fatto ben sperare. Per rilanciare una disciplina sportiva che ormai vede l’Italia in piena crisi, Arese aveva dichiarato l’opportunità di aprire anche all’immigrazione, intendendo, probabilmente, di puntare anche sui figli dei migranti e sui migranti che da anni risiedono in Italia e che potrebbero acquisire la cittadinanza italiana, ovviamente sempre nel rispetto delle regole dello sport (come ad esempio, non aver gareggiato negli ultimi anni con la nazionale del paese d’origine). Era sembrata un’affermazione importante, anche perché in sintonia con chi, da anni, sta cercando di far capire che lo sport o è anche integrazione dei “nuovi cittadini” oppure crea discriminazioni. Addirittura, anche il presidente della Repubblica è di recente tornato ad evidenziare come “l’integrazione dei figli degli immigrati è un’emergenza per l’Italia”, tenendo ben presente il mondo dello sport. La stessa FIDAL però, con un atteggiamento a dir poco schizofrenico (termini sempre più in voga anche in ambito sportivo) per il 2012 ha emanato il nuovo regolamento delle corse su strada (consultabile sul sito www.fidal.it) che stabilisce che atleti stranieri non possono gareggiare a competizioni fuori dalla loro regione di residenza. Non solo. Il monte premi è riservato ai soli atleti con cittadinanza italiana, tesserati per società affiliate alla FIDAL.

In altre parole, se un atleta straniero residente nella Regione Lazio vuole partecipare ad una gara su strada fuori dal Lazio, non lo può più fare. E se dovesse vincere o arrivare tra i primi dieci in una gara nel Lazio non avrebbe diritto al monte premi (che a volte non va oltre le poche centinaia di euro), che andrebbe al primo italiano giunto al traguardo, anche se arriva trentesimo. Ovviamente, nel termine “stranieri” sono compresi tutti coloro che non hanno cittadinanza italiana, anche se sono figli di migranti (per i quali esistono anche altre assurde restrizioni) o migranti regolarmente residenti in Italia da anni. Il paradosso è evidente, perché, come aveva ben chiarito Arese, se qualche speranza ha l’Italia di affermarsi in campo internazionale è proprio investendo anche sui migranti e sulle seconde generazioni (che fino a 18 anni sono comunque stranieri). Un esempio era arrivato dal cross, dove tra gli undici atleti/e che facevano parte della delegazione azzurra che ai Mondiali, sei erano italo-marocchini/e, alcuni di seconda generazione altri diventati italiani per residenza o matrimonio. Anche la più forte atleta italiana nella maratona femminile è di origini marocchine.

Quanto meno imbarazzante il giudizio espresso da Michele Marescalchi su La Gazzetta dello Sport che, nel commentare il nuovo regolamento, ha scritto “premierà giustamente [!] gli italiani spesso esclusi dai montepremi a vantaggio degli stranieri”, alla faccia della cultura sportiva! Di fatto, le nuove regole della FIDAL sembrano richiamare l’assurda proposta avanzata un anno fa dal consigliere leghista di Padova, Giovannoni, che aveva chiesto al Comune di non finanziare la maratona di Padova perché “vincono sempre gli africani”. Purtroppo, quello della FIDAL non è il primo “scivolone”. Già a luglio, su questo blog (“Quando è inutile anche correre più veloce di tutti”), avevamo denunciato la curiosa dimenticanza della FIDAL che aveva impedito al black italian (bergamasco di origine ivoriana) Hassane Fofana, tesserato con l’Atletica Bergamo ’59, primatista italiano juniores dei 110 ostacoli, di partecipare ai Campionati Europei Juniores, impedendo così alla delegazione azzurra di schierare uno dei suoi maggiori atleti, tra i possibili vincitori di una medaglia.

Se due indizi fanno una prova, allora è facile capire che le parole di Arese fino ad oggi restano solo parole e che anche in atletica leggera c’è discriminazione.

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